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Peste suina, Feliziani (Izsum): “Con il Piano di sorveglianza sotto osservazione il livello di biosicurezza degli allevamenti suinicoli”

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‘Nessun Paese è al sicuro’, ha detto lo scorso ottobre Monique Eliot, direttrice generale dell’Oie, l’Organizzazione mondiale della Sanità animale. Il riferimento è alla Peste suina africana (Psa), la malattia infettiva che ha colpito già cinquanta Stati tra Asia, Europa e Africa. Ne parliamo con Francesco Feliziani, responsabile del Centro di referenza nazionale Pesti suine dell’Istituto zooprofilattico sperimentale Umbria e Marche.

La Peste suina africana rappresenta una minaccia per la suinicoltura europea e i recenti casi in Germania hanno destato ancora più preoccupazione. Qual è la situazione epidemiologica in Italia?

La Sardegna è l’unica regione italiana considerata infetta da virus della Psa; in realtà la malattia è presente nell’isola dal 1978, ma grazie all’applicazione di misure straordinarie è stato recentemente possibile eradicare l’infezione almeno nel comparto del suino domestico. Discorso diverso per il selvatico: una vasta area di circa 10 000 Km2 è ancora considerata infetta; il contrasto alla pratica dell’allevamento illegale di suini allo stato brado ha comunque permesso di ridimensionare il principale fattore di persistenza dell’infezione. Nel resto del territorio nazionale la malattia non è presente, ma gli allevamenti di suini e la popolazione di cinghiali sono esposti al pericolo di nuove introduzioni del virus. La malattia è infatti presente in ben quattro continenti e particolarmente in diversi Paesi d’Europa. I cinghiali rivestono un ruolo molto importante dal punto di vista epidemiologico anche se il rischio più immediato è legato al cosiddetto ‘fattore umano’: persone e merci che si spostano per turismo, lavoro o altre necessità possono veicolare il virus attraverso alimenti o materiali contaminati. Il rischio di introduzione del virus è decisamente molto alto e quindi è opportuno mantenere elevato il livello di allerta.

A oggi sono in vigore il Piano di sorveglianza e prevenzione in Italia e il Piano di eradicazione in Regione Sardegna per il 2020. Quali sono le disposizioni principali previste?

Per quanto riguarda le regioni indenni, il Piano si regge su tre pilastri principali: in primo luogo le popolazioni target (suini domestici e selvatici) devono essere sottoposte a controllo mediante un programma di sorveglianza passiva che prevede il controllo virologico dei casi sospetti e delle carcasse di cinghiali trovate morte. È stata inoltre lanciata una campagna di informazione e formazione dei diversi stakeholders: sono stati coinvolti medici veterinari, allevatori, cacciatori e altre categorie per cercare di coalizzare al meglio competenze e risorse da utilizzare in questo frangente. Infine è stato messo sotto osservazione il livello di biosicurezza degli allevamenti suinicoli: attraverso la piattaforma ClassyFarm è stato avviato un programma di monitoraggio degli allevamenti che coinvolge non solo le aziende intensive ma anche quelle di piccole dimensioni e le estensive. In Sardegna il piano prevede di continuare ad applicare le misure che hanno permesso di raggiungere un sensibile miglioramento della situazione epidemiologica; anche in questo caso si possono identificare tre pilastri principali: il controllo delle aziende suinicole e il progressivo miglioramento delle condizioni di biosicurezza; gestione controllata delle attività venatorie finalizzate al campionamento per il sistema di sorveglianza attiva e potenziamento della passiva da applicare nelle popolazioni di cinghiali ed in particolare nell’area infetta da Psa nel selvatico; lotta alla pratica di allevamento e detenzione illegale di suini al pascolo brado.

Dagli allevatori ai cacciatori, sono diversi i soggetti destinatari delle indicazioni per prevenire la diffusione del virus. Quali sono gli strumenti a disposizione per contenere i contagi?

Nelle regioni indenni il fattore tempo è determinante: l’esperienza ha ormai dimostrato che sarà fondamentale segnalare quanto prima possibile un’eventuale introduzione del virus sia che questo avvenga in un allevamento e ancor più in caso di coinvolgimento di cinghiali. Non si deve lasciare al virus il tempo e il modo di diffondersi perché le probabilità di eradicazione diminuiscono in forma significativa se l’area infetta diventa troppo vasta: l’eradicazione dei focolai in Belgio e Repubblica Ceca è stata possibile solo applicando misure di restrizioni molto onerose che hanno consentito di limitare l’estensione dell’area infetta; lo stesso principio si sta applicando in Germania mentre in Polonia, Romania e altri Paesi in cui non è stato possibile circoscrivere l’infezione si è consolidata una situazione di endemia della Psa nelle popolazioni domestiche e selvatiche.

Qual è il ruolo del Centro di referenza nazionale (Cerep) e degli altri Istituti zooprofilattici sperimentali nel contrasto a questa malattia infettiva?

Il Centro di Referenza Nazionale ha un ruolo centrale e, in collaborazione stretta con il ministero della Salute, sta lavorando per gestire al meglio questa fase delicata. Sono state applicate strategie in linea con quanto indicato dalla Commissione europea attraverso un dialogo continuo anche con le Regioni e le Provincie autonome. La rete degli Istituti Zooprofilattici ha reagito con la consueta efficienza ed efficacia: sono stati curati i necessari aggiornamenti diagnostici, ma, soprattutto, i laboratori centrali e periferici sono stati fondamentali in termini di informazione e formazione dei diversi stakeholders. La collaborazione tra il Cerep e l’Izs della Sardegna, in particolare, è stata un fattore determinante nella programmazione e verifica delle attività di contrasto alla Psa.

Anche la ricerca è stato un ambito importante: esperti del Centro di Referenza e di altri Izs sono stati coinvolti in importanti progetti internazionali e sono stati chiamati a collaborare con istituzioni quali l’Efsa, la Fao e l’Oie. Inoltre, diversi tavoli istituzionali e tecnici sono stati avviati per prepararsi ad un’eventuale emergenza. In particolare il tema della gestione della fauna selvatica rappresenta una priorità; la popolazione di cinghiali è data in continuo aumento di densità e consistenza: tutto questo ha conseguenze dirette sia sul rischio di esposizione alle infezioni, sia sulle misure da intraprendere in caso di emergenza.

La prevenzione della Psa non ha ancora fra le sue armi un vaccino. Qual è lo stato dell’arte della ricerca scientifica in merito?

Nonostante gli sforzi dei ricercatori a livello mondiale, non è ancora disponibile un vaccino sicuro ed efficace nei confronti della Psa. Allo stato attuale l’attenzione è concentrata su diversi ‘candidati’ che sono però ancora oggetto di studio attraverso esperimenti in vitro ed in vivo.

In particolare, l’Izs Umbria e Marche e l’Izs della Sardegna sono coinvolti in un maxi progetto finanziato dall’Unione europea che include circa venti partner a livello mondiale; il progetto è iniziato ormai da un anno e prevede altri tre anni di studio e numerosi esperimenti per verificare il possibile impiego di tre candidati vaccini. Gli esperti sperano di poter contare su un vaccino da impiegare negli allevamenti o nelle popolazioni dei cinghiali come strumento di prevenzione per la diffusione dell’infezione: l’ideale sarebbe mettere a punto un vaccino che possa essere distinto dai ceppi virali circolanti come già avvenuto per altre patologie (es. Aujeszky, Peste Suina Classica hellip;). Purtroppo, per il breve periodo, le misure di restrizione, ricordiamo, comprendono l’abbattimento anche preventivo degli allevamenti colpiti.

Salvatore Patriarca