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Intensificazione colturale e sostenibilità

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Dal 17 al 19 settembre si è tenuto presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa il 43° convegno nazionale della Società Italiana di Agronomia con il tema “La sostenibilità dell’intensificazione colturale e le politiche agricole: il ruolo della ricerca agronomica”. Data l’importanza degli argomenti trattati si riassumono in questo numero le due relazioni generali che si sono tenute nella prima sessione del convegno che riguardano più specificamente gli alimenti. La prima relazione è stata tenuta dal professor Dario Casati, del Dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi dell’Università degli Studi di Milano. Nella premessa si afferma, primo, che la popolazione mondiale continua a crescere e che la stessa ha il diritto ad una alimentazione adeguata quantitativamente e qualitativamente; secondo, che la produzione delle derrate agricole adatte all’impiego alimentare non deve danneggiare le risorse naturali, mantenendone inalterato il potenziale.

Attualmente la domanda di prodotti alimentari cresce e si evolve secondo logiche economiche spostandosi anche verso categorie di consumi sempre più selezionate e ciò implica la riduzione del potenziale alimentare dell’offerta agricola per più motivi:

  1. produzione di alimenti di origine animale;
  2. selezione per standard elevati;
  3. catena logistica efficiente, ma con sprechi specifici;
  4. sicurezza sanitaria;
  5. restrizioni delle quantità implicite nei nuovi modelli di consumo.

La realtà, inoltre, è molto più complessa di quanto sopra riferito e una valutazione approfondita non può essere condotta utilizzando un dato mondiale aggregato, ma quello di aree diverse in cui si raggiungono equilibri parziali. Le grandi possibilità di comunicazione migliorano il sistema e stimolano i singoli paesi a valorizzare i rispettivi vantaggi competitivi. Il mercato mondiale dei prodotti agricoli è oggi unico e cioè globalizzato per le diverse economie e ciò appare ormai irreversibile. In presenza di una crisi come quella attuale si tende a far ritornare il protezionismo. Questo però ha dato effetti inefficaci e spesso negativi.

La logica per le politiche agrarie, secondo Casati, è quella di costruirle sulla base delle esigenze e in funzione del contesto complessivo in cui si inseriscono. Recentemente è stata approvata la PAC, essa è il quinto passaggio del processo avviato nel 1992, ma è fortemente deludente specie quando introduce norme velleitarie a favore dell’ambiente. La politica agricola italiana, di fatto, è stata sostituita dalla PAC e ciò per la incapacità di elaborarne una propria a causa essenzialmente della regionalizzazione.

L’attuale politica agricola europea è sempre più orientata a contenere la produzione riducendo la intensificazione e ciò sia per ridurre le eventuali eccedenze sia per aderire alle motivazioni degli ambientalisti, ottenendone un consenso indispensabile per continuare le azioni di sostegno all’agricoltura. L’attuale politica può dirsi accettabile per il breve periodo, ma non certo per quello lungo dato che la spinta demografica procede e conseguentemente non è difficile prevedere forti carenze. Il futuro incremento dell’offerta può essere conseguito solo con un incremento della produttività tecnica ed economica.

Le conclusioni a livello italiano sono:

1) che non si può essere un Paese fortemente trasformatore di materie prime agricole e giocare la carta delle difese ad oltranza delle produzioni a denominazione protetta;

2) non si può ritornare al passato con consumi alimentari modesti o insoddisfatti, ma puntare a modelli alimentari evoluti;

3) Le grandi sfide della produzioni agricole alimentari e non alimentari non possono essere affrontate se si rifiuta per principio l’innovazione che il progresso scientifico e tecnologico consentono.

Nelle politiche agricole attuali non si trova purtroppo traccia di quanto sopra.

La seconda relazione dal titolo “ La ricerca agronomica e la sostenibilità dell’intensificazione colturale nell’agricoltura italiana” è stata tenuta dal professore Enrico Bonari dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Anche in questa, in premessa, è stato ricordato che il termine di “intensificazione sostenibile” è stato di recente coniato per indicare la principale risposta alle sfide che attendono la moderna società in tema di sicurezza alimentare mondiale, che derivano dalla crescita demografica ed economica, dalla scarsità di suolo agricolo e di acqua irrigua, dalle insicurezze legate ai fenomeni di inquinamento in ambito agricolo e dalle perdite di fertilità spesso lamentate. A livello mondiale appare scontato che gli incrementi delle produzioni agricole food e non food dovranno derivare da sempre maggiori rese unitarie su i terreni agrari oggi disponibili e non con l’acquisizione di nuove superfici proprio per non danneggiare l’ecosistema mondiale.

Anche le stime FAO, per i prossimi 50 anni, mostrano come l’agricoltura mondiale sia chiamata ad incrementare del 70% le produzioni agroalimentari. Bonari, tuttavia, fa notare, da studioso di problemi agronomici, che le azioni per raggiungere in modo sostenibile l’obiettivo previsto nelle diverse parti del mondo non hanno carattere universale, in quanto queste dipendono dalle specifiche condizioni agro-ambientali e quindi dal livello della produttività agricola attuale, dalle caratteristiche economiche e sociali dei diversi Paesi, dalle concrete possibilità di migliorare le tecnologie oggi utilizzate, dalle peculiarità dei diversi territori e dalle politiche di indirizzo intraprese. Ad esempio in Europa, è opinione diffusa che già si realizzi un’agricoltura tra le più intensive del pianeta, tanto che le più recenti linee politiche della UE propongono alle linee di “ricerca e innovazione” la necessità di una maggiore riduzione di velocità nell’impiego degli input tecnici ed energetici nella gestione dell’agricoltura e cioè una maggiore estensivizzazione dei processi produttivi. In pratica, secondo queste linee, si deve dare più enfasi alla parola sostenibile e non a quella intensificazione.

Bonari, a priori, però non crede che sia impossibile realizzare un adeguato equilibrio fra sostenibilità dei processi produttivi e la prevista crescita delle rese unitarie e in particolare per l’Italia, dove dopo troppi anni di indecisioni e di diversi errori di programmazione – specie a danno dell’agricoltura delle aree mediterranee -, occorre che si torni a coltivare e a produrre anche ai fini di una più efficiente conservazione attiva del territorio rurale.

Il termine intensificazione sostenibile non è molto gradito in ambito scientifico, ma esprime con semplicità un concetto utile ed estrapolabile: la necessità di perseguire una gestione aziendale, o sempre più territoriale, con il miglior bilancio possibile tra produzione utile e rispetto dell’ambiente.

Considerando la situazione italiana si può facilmente notare che negli ultimi 20 anni si sono persi ben 2 milioni di SAU e che oggi si importa il 35-40% dei bisogni agroalimentari sia come prodotti finiti sia come prodotti per l’industria di trasformazione. Nelle zone di pianura con spiccata vocazione produttiva per le grandi colture mercantili e/o per gli allevamenti e/o per l’ortofrutta , in presenza di acqua irrigua sufficiente, già oggi si può ritenere che molte delle problematiche sulla sostenibilità delle produzioni si possono avviare a soluzione con le conoscenze tecniche già acquisite negli ultimi lustri. Studi più attenti invece si richiedono in tutte le aree che presentano limitazioni naturali tali da rendere difficile la definizione di sistemi colturali in grado di reggersi economicamente nelle attuali situazioni di mercato globale, ma dove il presidio umano appare indispensabile per tutorare l’ambiente, il paesaggio, la coltura locale e le esigenze storico-sociali.

Bonari ha ricordato quindi il documento recentemente promulgato dal MIPAAF “Piano strategico per l’innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale” che , a suo dire, costituisce la sintesi ragionata dei lavori di molti gruppi di studio appositamente costituiti nell’ultimo biennio per indagare sui fabbisogni di innovazione e di ricerca applicata dell’agricoltura italiana. Il documento afferma che “il settore primario e quelli ad esso collegati devono essere riportati al centro della strategia di sviluppo nazionale concentrandosi su alcuni obbiettivi essenziali volti ad aumentare la base di conoscenze e favorirne il trasferimento per l’incremento dell’innovazione nel settore agricolo, forestale e nelle zone rurali”. Si fa notare tuttavia che nel documento mancano le indicazioni delle priorità, necessarie quando strategicamente si devono allocare le risorse scarse come quelle che il nostro Paese riesce a distribuire per il settore “Ricerca e Sviluppo”.

La relazione mostra ciò che sul tema della sostenibilità e dell’intensificazione si è fatto fino ad oggi in Italia anche con le ricerche di lungo periodo. Tuttavia lamenta che queste non solo sono poche, ma oggi raramente finanziate. Infatti i progetti di ricerca attualmente finanziati sono tutti di breve durata. Vero è che i modelli matematici possono aiutare a migliorare la comprensione degli effetti indagati, ma non si può prescindere da una rigorosa validazione degli stessi con i dati reali provenienti da esperienze di campo. è poi sul campo che si dovrà promuovere maggiormente anche la collaborazione tra specialisti diversi per capire i meccanismi alla base dei risultati. La relazione si completa con l’indicazione di alcune priorità sul fabbisogno di ricerca applicata in campo agronomico ricordando anche che data la capacità di sintesi dei ricercatori delle scienze agronomiche e delle produzioni vegetali questi dovrebbero farsi anche propositori di collaborazioni con altre discipline settoriali e più specialistiche.

Foto: © carballo_Fotolia

Tommaso Maggiore, professore di Agronomia Generale e Coltivazioni Erbacee – Università di Milano