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Gli aspetti ambientali delle filiere zootecniche

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Premessa

I prodotti di origine animale sono indispensabili per alimentare adeguatamente la crescente popolazione mondiale, non solo per il fatto che rappresentano un concentrato nutrizionale di altissimo valore biologico, ma anche perché consentono di valorizzare a fini alimentari umani vaste aree del pianeta non coltivabili e riutilizzare coprodotti dell’industria agroalimentare che altrimenti sarebbero destinati, nella migliore delle ipotesi, alla produzione di energia o, nella peggiore, costituirebbero rifiuti. Le principali accuse mosse alle filiere zootecniche riguardano il loro impatto ambientale in termini di gas climalteranti e la concorrenza operata nei confronti dell’alimentazione umana, aspetto quest’ultimo che riguarda particolarmente i sistemi mangimistici.

Nel numero speciale di Mangimi & Alimenti ospitiamo quattro contributi, di studiosi delle Università di Milano, Pisa e Sassari e del CREA, che fanno il punto sulle emissioni di metano, originate principalmente dagli allevamenti di ruminanti, e sulle soluzioni tecniche di mitigazione attualmente disponibili o in fase di studio.

In questo articolo affronterò brevemente i temi dell’impatto serrigeno degli allevamenti alla luce degli ultimi dati resi disponibili dalla letteratura scientifica e quello della presunta concorrenza alimentare operata dagli animali verso l’uomo.

Una premessa è doverosa. L’Accordo di Parigi dello scorso anno sui cambiamenti climatici è stato acquisito dall’Ue [1] con l’obiettivo di ridurre entro il 2030 le emissioni climalteranti del 55%. Le strategie del cosiddetto Green Deal europeo spinge questo obiettivo verso la carbon neutrality a medio termine [2] e demanda a singole azioni strategiche il compito di intervenire su specifici settori produttivi e sociali. Per l’agricoltura e la zootecnia, come è noto, è stata emanata la comunicazione della Commissione nota come Farm-to-Fork (F2F) [3] in cui si dettagliano gli interventi che gli Stati membri devono adottare per un’agricoltura più sostenibile. Orbene, citando Lewis Carroll, che nel libro Alice attraverso lo specchio fa dire alla Regina Rossa “Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!”, in un mondo che corre dobbiamo correre almeno allo stesso passo per non restare indietro. Fuori dalla metafora, se tutti i sistemi produttivi si mettono d’impegno a perseguire l’obiettivo della neutralità degli impatti climalteranti, il nostro sistema zootecnico dovrà limitare le proprie emissioni almeno allo stesso ritmo per non diventare, proporzionalmente al complesso, quello sempre più impattante. Il che significa, in poche parole, che entro il 2030 la zootecnia italiana dovrà ridurre le proprie emissioni (o compensarle) almeno del 55%, ma con più coraggio si potrà puntare alla carbon neutrality. Il sistema mangimistico, in questo scenario, potrà e dovrà giocare un ruolo fondamentale con innovazione di prodotto in grado di contribuire all’abbattimento delle emissioni dirette (principalmente metano dei ruminanti e nitrossido di azoto delle deiezioni) e indirettamente con l’acquisizione di materie prime certificate per zero impatto.

Le emissioni di gas climalteranti della zootecnia, i nuovi dati

Il recente lavoro condotto in collaborazione fra ISPRA e FAO [4], basato sullo sviluppo di un nuovo data-base globale denominato EDGAR-FOOD, calcola per la prima volta il contributo di tutte le fasi del “sistema cibo” alle emissioni di gas climalteranti, ricavando il valore di 1/3 rispetto a tutte le attività antropogeniche, pari a 18 Gt/anno di CO2e, di cui il 73% a carico dei Paesi in via di sviluppo. Il 71% delle emissioni riguardano le attività di campo, le restanti trasformazione, distribuzione, preparazione e rifiuti legati agli alimenti. Il che significa che agricoltura e zootecnia, secondo questo nuovo inventario, incidono per il 24% sulle emissioni globali. Tuttavia, di questo dato il 14% è imputabile direttamente alla coltivazione e agli allevamenti, mentre ben il 10%, concentrato per lo più nei Paesi in via di sviluppo, è a carico delle modalità di uso del suolo o nel cambio di uso dello stesso (land use and land use change LULUC). La buona notizia è che dal 1990 al 2015 la crescita annuale delle emissioni è stata soltanto del 12.3% (+2 Gt), di gran lunga inferiore all’incremento della produttività complessiva che è aumentata del 40%, per effetto soprattutto degli avanzamenti tecnologici nei Paesi in via di sviluppo che hanno migliorato le rese delle colture e degli allevamenti: il resto delle emissioni di origine antropica è cresciuto molto più rapidamente, per cui il sistema “cibo”, che rappresentava nel 1990 il 44% del totale, oggi ne costituisce, come detto, il 34%. L’importanza negativa delle filiere zootecniche esce, da questo lavoro, fortemente ridimensionata rispetto ai precedenti report. Infatti, il gas serrigeno a maggior impatto degli allevamenti, il metano, rappresenta il 35% delle emissioni del food system, ma quello delle fermentazioni ruminali solo il 17%, mentre il restante deriva dalla coltivazione del riso (13%) e dal ciclo dei rifiuti e altre fonti (5%). In parole povere, il contributo del metano enterico (che comprende anche quello degli allevamenti bovini e di piccoli ruminanti a bassissima produttività dei Paesi in via di sviluppo) contribuisce al 6% dei gas serrigeni su scala globale, mentre quello dei Paesi industrializzati, che producono quasi il 50% delle proteine animali complessive del pianeta, non arriva al 2%. La figura 1 illustra schematicamente la ripartizione delle emissioni del sistema agroalimentare mondiale per fonte.

Il problema del LULUC, seppure in deciso miglioramento nel corso del 25-nnio analizzato dal nuovo lavoro, resta centrale nella riduzione (o azzeramento sperabilmente) delle emissioni: esso rappresenta circa 1/3 delle totali, è concentrato nei Paesi in via di sviluppo, ma una quota non irrilevante è importata dai Paesi sviluppati (sotto forma principalmente di olio di palma, di soia e di carni). Il sistema di certificazione ambientale che sarà conseguente al F2F, probabilmente, aiuterà a ridurre drasticamente, almeno in Europa, questo impatto che, tuttavia, resterà rilevante nelle altre aree del pianeta (Cina in testa) in cui queste restrizioni non saranno adottate.

Figura 1 – Ripartizione percentuale globale delle emissioni di gas climalteranti (espressi in % di CO2e) del sistema cibo per principale fonte (elaborazione su dati di Crippa et al. [4])

A questo proposito, è notevole lo sforzo del sistema mangimistico europeo per azzerare il LULUC nei Paesi produttori delle materie prime importate, con la richiesta di certificazione ambientale. Secondo FEFAC [5], il 77% della Soia importata dai Paesi EU27, espressa in termini di equivalenti in Farina di Estrazione (che comprende anche a soia importata in seme e trasformata in EU) è certificata a basso rischio di deforestazione. In dettaglio, 21 milioni di tons di FE-equivalente di soia arrivano da aree a basso rischio di deforestazione e 6,9 Mtons (equivalenti a 8,6Mton di seme integrale) da aree ad alto rischio di deforestazione (il che non significa che siano realmente deforestate). Poiché la resa in soia delle aree a rischio di deforestazione è in media di 3,5 tons/ha, le aree a rischio di deforestazione da cui proviene la soia importata annualmente da EU27 (nell’ipotesi di una coltura ripetuta per 3 anni) ammontano a (8,6Mton/3,5ton_ha) 246 K_ha per anno.Il che significa che il tasso di forestazione (reale) in EU27, che secondo Eurostat [6] è stato nell’ultimo ventennio mediamente di 420 K_ha per anno, è quasi il doppio di quello di deforestazione (presunto) per la produzione di soia importata nel nostro continente dai Paesi dell’America meridionale.

Figura 2- La riforestazione e rinaturalizzazione in Europa (Eurostat [6])

La competizione animali/uomo per gli alimenti

Nonostante la vulgata secondo cui “se non allevassimo animali zootecnici, vi sarebbe da mangiare per tutti”, i dati ci dicono che le produzioni animali non competono con l’uomo per le risorse alimentari. Il modello GLEAM della FAO [7] rivela che soltanto il 14% di quanto consumato su scala globale dagli animali per produrre alimenti per noi (latte, carne e uova) può essere utilizzabile per l’uomo. Se facciamo due conti utilizzando i dati della produzione zootecnica mondiale che troviamo nel sito statistico della FAO [8] possiamo stilare il bilancio delle proteine riportato nella figura 3. In sintesi, stimiamo che la popolazione del pianeta consumi 200 milioni di tonnellate di proteine (circa 1 g/hg di peso corporeo al giorno, secondo i fabbisogni nutrizionali umani stilati dalla FAO); di queste circa il 40% derivano dai prodotti animali e il restante 60% dagli alimenti vegetali. Gli alimenti che possono essere destinati al consumo umano apportano 100 milioni di tonnellate di proteine all’alimentazione animale, per cui per ottenere 1 kg di proteine animali di alto valore biologico se ne consumano 1,27 kg di origine vegetale potenzialmente edibili dall’uomo il cui valore biologico medio è, però, circa il 50% delle prime.

Gli animali utilizzano non solo i foraggi ma anche gli scarti delle colture e i co-prodotti delle industrie agroalimentari per produrre cibo di elevate caratteristiche biologiche che, oltre gli apporti proteici di elevata qualità, contengono elementi nutrizionali essenziali per il metabolismo e la salute delle persone.

Figura 3 – Bilancio proteico globale (ns elaborazione su dati FAOstat [8])

Per quanto riguarda l’uso del suolo per la produzione di cibo apprendiamo sempre da dati FAO [9], che 1 ha su 3 di terre emerse (che sono il 29% del totale della superficie della Terra) è destinato all’agricoltura e 1 ha su 4 alle foreste, mentre l’altra metà del globo è occupato da semideserti e deserti, da ghiacciai e da fiumi e laghi. Dei terreni agricoli, 1 ha su 4 produce alimenti per gli animali e il resto, costituito dalle migliori terre, alimenti vegetali destinati direttamente al consumo umano. La stragrande maggioranza di queste terre sono pascoli che non possono essere coltivati, pena la scomparsa di ecosistemi di inestimabile valore e il rilascio del carbonio stoccato nel suolo sotto forma di sostanza organica. In dettaglio, dai dati FAO [9] sull’uso del suolo, sappiamo che le produzioni animali occupano 4 miliardi di ha, di cui 3,3 di pascoli non arabili perché in terreni troppo poveri oppure di alto valore naturalistico. Poiché 1 g di proteine animali è sostituito in media da 2 grammi di proteine vegetali, eliminando gli animali zootecnici, a fronte dei 0,7 miliardi di ettari arabili resi disponibili per produrre cibo vegetali per l’uomo, ne occorrerebbero altri 0,7 miliardi di ettari per raddoppiare la produzione di vegetali, terra che non sapremo proprio dove andare a prendere, a meno che non si vogliano abbattere altre foreste oppure arare le praterie, presìdi di ambienti naturali preziosissimi. In definitiva, non c’è abbastanza terra arabile disponibile per produrre tutte le proteine per l’alimentazione umana con soli vegetali: senza proteine di origine animale soffriremo di carenze difficilmente colmabili.

Nell’ultimo sessantennio, la popolazione mondiale è più che raddoppiata e la superficie agricola disponibile per individuo si è dimezzata: ciò vuol dire che oggi riusciamo a produrre quasi il triplo del cibo per ettaro rispetto al 1960. La vera preoccupazione riguarda la frenata nell’incremento delle rese unitarie di mais, frumento e riso, che, se non si troveranno subito innovazioni (cisgenetica, miglioramento della fotosintesi, resistenza alla siccità e utilizzazione di acque salmastre, ottimizzazione del metabolismo vegetale, difesa delle colture e derrate agricole, ecc…) in grado di far riprendere il trend dei decenni passati, comporteranno tensioni sempre maggiori sui mercati di questi staple food e delle materie prime per l’uso mangimistico.  

Articolo di Giuseppe Pulina, Coordinatore Comitato Scientifico di Indirizzo Assalzoo

Biblio-Sito-grafia

  1. https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-14222-2020-REV-1/it/pdf
  2. https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:b828d165-1c22-11ea-8c1f-01aa75ed71a1.0006.02/DOC_1&format=PDF
  3. https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal/actions-being-taken-eu/farm-fork_it
  4. Crippa et al., 2021, Nature Food, https://doi.org/10.1038/s43016-021-00225-9
  5. FEFAC, 2021. Feed and Food, Bruxelles.
  6. https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/for_area/default/line?lang=en
  7. http://www.fao.org/gleam/en/
  8. http://www.fao.org/faostat/en/#home
  9. https://ourworldindata.org/land-use


Foto: fonte Pixabay