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Carne, mercato stabile ma diminuisce la redditività degli allevatorisce la redditività

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Il mercato nazionale delle carni bovine, dopo un 2020 anomalo, in cui alla tenuta dei volumi offerti si è contrapposto un contenimento dei valori medi, prosegue nel 2021 nelle analoghe condizioni. A registrarlo è il nuovo report redatto da Ismea, riguardante le dinamiche recenti del comparto delle carni. A fronte di un’offerta nazionale sostanzialmente stabile, per gli allevatori la partita si continua a giocare sul campo della redditività: soffrono i prezzi in allevamento con progressivi cali, mentre le quotazioni delle materie prime utilizzate per l’alimentazione degli animali crescono gradualmente, erodendo i già ridotti margini.

Non manca la preoccupazione per la pressione delle produzioni estere, che malgrado il diffuso incremento dei prezzi continuano comunque ad essere inferiori a quelli italiani e quindi a esercitare leva concorrenziale sui prezzi delle carni italiane. I flussi in entrata da oltreconfine si sono comunque notevolmente ridotti nel 2020, permettendo al mercato interno di mantenere un discreto equilibrio e un totale assorbimento dell’offerta nazionale. Misure di sostegno all’ammasso hanno altresì permesso il congelamento dei tagli invenduti. I consumi domestici hanno in buona parte compensato quelli mancati del “fuori casa”, così anche alla distribuzione si è assistito a una maggior presenza di prodotto italiano, venduto a prezzi in sostanziale tenuta.

L’andamento del mercato europeo

Il quadro del comparto bovino in Europa si presenta però ancora con segnali di incertezza che rispecchiano, oltre ai lunghi periodi di chiusura dei canali Horeca e la mancanza dei flussi turistici, anche il complesso cambiamento di domanda ed offerta in atto nei Paesi principali player mondiali. Fondamentalmente è l’aumento della domanda cinese di proteine che continua ad influenzare i mercati globali.

Nel 2020 le importazioni cinesi di carni bovine congelate sono aumentate in volume del 28% su base annua e nei primi tre mesi del 2021 aumentano ancora di un 20%. Principali fornitori della Cina sono Brasile e Argentina e gli effetti di questo incremento di domanda sono evidenti. In Brasile il valore della carne nel 2020 è aumentato del 70%. In Argentina è stato recentemente imposto un divieto di 30 giorni sulle esportazioni di carne bovina per cercare di contrastare l’aumento dei prezzi interni guidato dall’elevata domanda asiatica. Ciò potrebbe limitare ulteriormente le forniture globali, con più prodotti potenzialmente attratti dalla Cina da altri Paesi per compensare le mancate forniture argentine.

In Australia si registra intanto il minimo storico del patrimonio bovino degli ultimi 30  anni, a seguito  della siccità che ha comportato una riduzione della mandria, con conseguenze evidenti sui flussi  esportativi, in riduzione del 22%. L’aumento dei prezzi e il dirottamento dei flussi esportativi a livello mondiale impatta sul mercato europeo, con una netta riduzione dei volumi in entrata di carni Extra UE.

La produzione di carni in Europa

Per quanto riguarda le produzioni, a livello europeo la flessione nel primo trimestre 2021 (per totale UE solo gennaio-febbraio) è del 9%, un calo importante dopo un 2020 in cui le produzioni si erano già ridotte dell’1,2%, con Paesi quali Spagna e Germania che avevano registrato flessioni superiori alla media (rispettivamente: -2,6 e -1,4%) ed altri quali Francia e Polonia, che avevano invece mantenuto  invariate le produzioni. Nei primi mesi 2021 sono Irlanda e Polonia i Paesi a trainare la contrazione: rispettivamente -15,4% e -6,6%.

In questo contesto, alla fine del primo trimestre, le quotazioni medie europee si attestano su livelli superiori a quelli dell’analogo periodo dello scorso anno, con i “vitelloni” che a fine maggio raggiungono la quotazione media di 372 euro/100Kg, pari all’8,3% in più rispetto all’analogo periodo 2020, e le “manze” la una quotazione media di 386 €/100Kg, pari al 9,3% in più rispetto. Un aumento delle quotazioni è registrato anche sulle categorie di capi vivi da ristallo, pertanto è lecito immaginare ci sia una maggior fiducia nel mercato dei prossimi mesi.

Stabile l’offerta nazionale malgrado il contesto non favorevole

L’offerta nazionale di carne bovina, dopo la contrazione del 2019 (-3,6%), nel 2020 si è nel complesso  mantenuta stabile, adattandosi alle esigenze di una domanda mutata, ma che dopo il primo impatto a  inizio pandemia, ha raggiunto di nuovo i livelli precedenti malgrado lo spostamento dei consumi quasi  esclusivamente tra le mura domestiche. Secondo i dati dell’Anagrafe Nazionale Zootecnica nel 2020 sono stati macellati poco più di 2,5 milioni di capi, ossia lo 0,2% in più rispetto a quanto avvenuto nel 2019.

A cambiare, in questo anno anomalo in cui manca lo sbocco Horeca, è la composizione dell’offerta: minore il contributo al dato finale da parte dei vitelli a carne bianca (-1,8%) e delle vacche (-1,7%) e maggiore l’apporto da parte di quelle categorie al momento privilegiate dai consumatori: manze e scottone +5,5%, leggermente in flessione i vitelloni maschi (-0,6%) che, con quasi 800 mila capi, continuano comunque a mantenere la posizione predominante tra le categorie offerte. I dati di macellazione nei primi due mesi del 2021, sempre secondo l’Anagrafe Nazionale presentano una flessione del 3% rispetto agli analoghi dello scorso anno. La composizione dell’offerta è sempre più concentrata su vitelloni e manze, che insieme rappresentano oltre due terzi del totale, i vitelli a carne  bianca rappresentano al momento solo l’11% dell’offerta totale, mentre le carni di vacca rappresentano in volume il 21% dell’offerta.

Prezzi in allevamento in ripresa, ma ancora inferiori a quelli  del  2020

In relazione al mercato delle carni all’ingrosso i dati evidenziano un buon livello associato ad una discreta stabilizzazione per i prezzi delle carni di vitellone, a maggio attestatisi ad oltre 5€/Kg. Situazione analoga per le quotazioni delle carni di bovino adulto che con una dinamica gradualmente crescente da inizio anno si attestano a maggio su livelli superiori agli analoghi del precedente biennio. Resta negativo, invece, il quadro delle carni di vitello per le quali il prezzo medio, pur attestandosi a maggio su livelli superiori al 2020, resta al di sotto della norma (6,10 €/Kg contro i 6,29 €/Kg del 2019).

Le carni di scottona registrano, nei primi mesi del 2021, livelli medi di quotazione attorno ai 5 €/Kg, confermando, così come nella fase origine, il buon apprezzamento che questa referenza sta avendo sul  mercato: la richiesta è tale da permettere alle quotazioni di attestarsi su livelli superiori alla media dei  due precedenti anni.

Una domanda domestica che tende a tornare sui livelli della normalità

Nel 2020, a fronte di una domanda extradomestica quasi annullata, i consumi “at home” di carni in  generale hanno registrato un incremento del 7,4% dei volumi, con il contribuito quasi paritetico tra carni rosse e carni bianche. Per quanto concerne le carni bovine, che in termini di spesa rappresentano il settore più rilevante fra le carni (43% in valore e 32% in volume), si rileva un andamento meno  brillante rispetto alle altre, ma, visti i risultati deludenti di fine 2019 e i toni fiacchi di inizio 2020, è da   considerarsi positivo il risultato a consuntivo del +6,2% dei volumi e del +7,8% della spesa che lascia trapelare anche un aumento dei prezzi medi. Nei primi cinque mesi del 2021, però, i volumi delle carni bovine sono gli unici in regressione (-1,7%) mentre restano in terreno positivo i volumi acquistati per carni suine, avicole e ovicaprine.

I canali di vendita utilizzati per l’acquisto delle carni bovine sono stati soprattutto i supermercati e le  macellerie attraverso i quali sono stati acquistati rispettivamente il 39% e il 22% dei volumi totali. Un ruolo discreto, ma inferiore rispetto a quanto rappresenta per altre referenze, lo ha avuto anche il Discount, dove si sono vendute il 13% delle carni e dove le vendite sembrano  confermarsi più stabilizzate, con un incremento del 10% su base annua nel 2020 e una tenuta nel primo quadrimestre 2021. Diversamente i canali tradizionali, dopo l’exploit del 2020 (+16%) hanno segnato un ripiegamento del 9% nei primi mesi del 2021, al contrario gli Iper che avevano perso quote nel 2020 (-4%) segnano un recupero che li riporta alla norma nel 2021.

Redditività a rischio

L’impennata dei prezzi della soia (664 €/ton ad aprile, +78% rispetto allo stesso mese del 2020) e del mais (233 €/ton ad aprile, +36% rispetto al 2020) sta gravando pesantemente sui costi per l’alimentazione animale e di conseguenza sui bilanci delle aziende. L’indice Ismea dei prezzi degli input produttivi ha registrato nel primo quadrimestre un rialzo di oltre il 4% su base annua ascrivibile esclusivamente ai rincari dei mangimi (+7%). Il mais ha raggiunto la quotazione record di 266,61 euro/t, un livello mai raggiunto da quando l’Ismea ha iniziato a rilevare i prezzi nel 1993. Per la soia, sempre a maggio, si sono raggiunti i 695,17 euro/t, anche in questo caso si tratta del prezzo più elevato osservato dall’Ismea a partire dal 1993.

Se si guarda all’indice della ragione di scambio si osserva nel 2021 una graduale flessione determinata dalla lentissima ripresa dell’indice dei prezzi. Dal valore di 114 punti di gennaio è passato a 115 nel mese di aprile 2021, recuperando 1 punto in 4 mesi. Viceversa l’indice dei prezzi dei mezzi di produzione ha mostrato una crescita più repentina a partire dal mese di gennaio in cui si attestava al valore di 103 passando al valore di 105 ad aprile 2021; ne consegue una lieve erosione della redditività.

Foto: Pixabay