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Il segno positivo della mangimistica sull’impatto della zootecnia

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foto pixabay

Come preannunciato nella Carta per la Sostenibilità dei mangimi 2030 di Fefac dello scorso settembre, Assalzoo ha pubblicato il primo Report ambientale sull’impronta della mangimistica italiana. Una delle cinque ambizioni individuate in quel documento da Fefac per rispondere alle sfide del Green Deal europeo è il contributo che il settore può dare al raggiungimento di una produzione zootecnica a emissioni zero. Il report di Assalzoo si inserisce proprio in questa prospettiva, documentando l’impegno della mangimistica per una produzione zootecnica compatibile con la tutela dell’ambiente. Realizzato insieme a Lce, il lavoro è stato presentato in una conferenza virtuale lo scorso 21 maggio alla presenza di Marcello Veronesi, presidente di Assalzoo. Il report contiene una disamina delle strategie adottate dal settore per la riduzione del suo impatto ambientale e quindi di quello della filiera zootecnica. Secondo un’indagine commissionata per il report, considerando il solo processo produttivo negli stabilimenti, è emerso un contributo ridotto della mangimistica all’emissione di gas serra: il 5%. Le maggiori criticità restano confinate alla produzione agricola delle materie prime utilizzate dai mangimisti, fronte su cui il settore dell’alimentazione animale può comunque agire per l’ambiente.

I dati raccolti da 33 impianti, che producono complessivamente circa 4,5 milioni di tonnellate di mangimi l’anno, rappresentativi di poco meno di un terzo del totale nazionale, hanno permesso di misurare l’impatto ambientale della mangimistica in alcune filiere zootecniche tipiche limitandosi al solo processo. Per ogni tonnellata di mangime, lo stabilimento medio italiano emette 40 kg di CO2 eq. Il 67% di questa carbon footprint deriva dall’energia elettrica, il 18% dal calore e il 15% dagli imballaggi. La quota riconducibile al mangimificio è dunque molto limitata: “Il mangimificio contribuisce per circa il 5%; tutto il resto sono materie prime. Attenzione quindi a queste, la fonte principale di impatto ambientale”, ha spiegato Massimo Marino di Lce, tra i relatori intervenuti alla presentazione del report. I produttori sono impegnati a ridurre i consumi e a utilizzare forme di energia meno inquinanti convertendo gli impianti grazie a tecnologie per l’autoproduzione come i pannelli fotovoltaici, impianti di cogenerazione o sfruttando fonti di energia rinnovabile.

Lungo tutta la filiera zootecnica, invece, in alcuni casi, i mangimi assumono una posizione più rilevante. Possono rappresentare dal 30 all’80% dell’impatto totale. Il valore massimo lo fanno segnare i prodotti per l’acquacoltura (60-80% per kg di prodotto), il minimo per le uova mentre per le carni bovine – una filiera con impatti complessivi maggiori – la quota scende sotto il 30%.

Ingredienti per mangimi e carbon footprint

Tra le materie prime la mole maggiore di emissioni è quella di mais e soia: il primo per le quantità usate in campo di alimentazione animale, la seconda per l’alto impatto unitario. Il discorso relativo alla coltivazione delle commodities agricole, anche se in qualche modo scagiona il settore mangimistico, chiama comunque in causa il comparto. Il mangimificio, infatti, gioca un ruolo importante nella selezione delle materie prime. Può ad esempio controllare questo processo privilegiando i beni prodotti in modo responsabile. L’impegno di Fefac sull’approvvigionamento della soia, sul contrasto alla deforestazione, sull’adesione a standard internazionali e sulla certificazione, tutto per una zootecnia sostenibile, ne è chiara dimostrazione.

Il quadro non è completo, però, se non si considera un tratto essenziale della mangimistica, ovvero il ricorso alla circolarità. Per mettere a punto le loro formule, i mangimisti fanno uso di sottoprodotti e coprodotti di altre lavorazioni alimentari oltre che di prodotti non più destinati all’alimentazione umana. Tra i primi ci sono prodotti come le farine di estrazione, la crusca e il melasso, che trovano impiego in misura variabile nella preparazione per le diverse filiere. Si va da circa il 50% per l’insieme di ingredienti nella vacca da latte al 30% per la filiera del suino. Numeri indicativi dell’ulteriore beneficio che la mangimistica apporta alla filiera zootecnica grazie all’efficientamento nell’uso delle risorse e al risparmio di materie prime impattanti, alla valorizzazione di prodotti alimentari e al contrasto allo spreco.

Con il passare del tempo si sono visti gli effetti degli investimenti in ricerca e sviluppo del settore sulla variazione degli indici di conversione, un altro fronte su cui la mangimistica può affrontare la sfida ambientale. L’obiettivo è di riuscire a produrre la stessa quantità di prodotto zootecnico impiegando sempre meno risorse. Gli indici sono migliorati “in genere del 15% negli ultimi vent’anni. Per il pollo del 26%, negli ultimi trent’anni, e del 40% per la filiera del latte. Questo grazie allo sforzo congiunto di mangimisti, genetisti e allevatori”, ha ricordato il segretario generale di Assalzoo Lea Pallaroni durante la presentazione del report. Gestire in maniera ottimale la nutrizione, mantenere gli animali efficienti e produttivi significa anche controllare le emissioni di sostanze inquinanti. Le diete dei ruminanti sono uno degli aspetti principali per contenere le fermentazioni enteriche, ma anche per le altre filiere la presenza del mangimista è fondamentale per ridurre l’escrezione di sostanze nocive. Il precision feeding, ovvero l’alimentazione di precisione con cui fornire alimenti ben calibrati sulle necessità e il fabbisogno degli animali, è un importante strumento per tutta la zootecnia su cui è utile continuare a investire per incrementarne l’efficacia.

di Vito Miraglia – Mangimi & Alimenti

Foto: Pixabay