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Formuliamo mangimi sostenibili!

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foto pixabay

L’importanza di sistemi e modalità di allevamento ambientalmente sostenibili è ormai nota. In particolare, tra i vari fattori coinvolti, l’alimentazione gioca oltre il 50% dell’impatto ambientale degli allevamenti, soprattutto a livello delle emissioni gas serra, misurate in equivalenti CO2 (CO2eq). Negli erbivori, ruminanti in primis, la dieta è a base di foraggi, con aggiunta di concentrati per poter integrare le carenze nutritive dei foraggi e somministrare quantità di nutrienti adeguate ai livelli produttivi voluti.

Anche i mangimi composti, quindi, contribuiscono indirettamente alle emissioni di gas climalteranti, non tanto per le lavorazioni che i singoli ingredienti subiscono in mangimificio durante la produzione del mangime stesso, quanto piuttosto per la fase di coltivazione delle singole materie prime: mais, soia, frumento, girasole, ecc. Nel caso però dei coprodotti (un tempo chiamati “sottoprodotti”, con un termine riduttivo che ne penalizzava il valore in termini di economia circolare e di riutilizzo) il calcolo dell’impatto ambientale va riferito soprattutto alla lavorazione industriale per l’ottenimento degli stessi, separandoli dal prodotto principale per cui le singole materie prime sono state coltivate: così è per es. per la crusca di frumento e i sottoprodotti di molitura in genere, le polpe esauste di bietola, il melasso di bietola o di canna, le trebbie di birra e i distiller di cereali, le farine di carne e di pesce, il siero di latte, le farine proteiche di colza e girasole, il pastazzo di agrumi, la semola glutinata di mais, ecc.

Il caso della soia

La farina di estrazione di soia è, come noto, la fonte proteica di gran lunga più utilizzata al mondo per l’alimentazione animale. Il suo elevato tenore proteico, la ricchezza in amminoacidi essenziali, il basso tenore in fibra e la conseguente alta digeribilità ne fanno il mangime proteico d’elezione. Tuttavia, la crescente richiesta di tale prezioso coprodotto da parte di molti Paesi (Cina ed Europa in primis) hanno fatto aumentare i terreni coltivati a soia, a partire dal Sudamerica e soprattutto dal Brasile, a scapito talvolta di foreste preesistenti. Il tema della deforestazione dell’Amazzonia è ormai diventato un leit motiv degli ambientalisti e spesso trattato senza la dovuta competenza e conoscenza, ma non vi è dubbio che il problema si pone e obbliga tutti a decisioni adeguate e coerenti con l’impegno mondiale di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra.

Le valutazioni di impatto ambientale effettuate tramite il metodo LCA (Life cycle assessment) considerano il Land use change (LUC) tra i maggior fattori impattanti il riscaldamento globale (Global warming) tramite i gas serra. Un conto, quindi, è la soia prodotta da anni in terreni già coltivati, un conto è quella prodotta in terreni deforestati.

La FEFAC (Federazione europea dei mangimisti) ha recentemente pubblicato delle Linee guida circa la produzione e l’approvvigionamento di soia in un contesto di sostenibilità sociale e ambientale (https://fefac.eu/wp-content/uploads/2021/02/FEFAC-Soy-Sourcing-Guidelines-2021-1.pdf).

In estrema sintesi, da tali Linee guida emerge che la soia prodotta e utilizzata deve:

  • rispettare le leggi sulla protezione delle foreste e degli ecosistemi;
  • rispettare le condizioni dei lavoratori;
  • essere ambientalmente sostenibile;
  • essere associata a buone pratiche agricole (es. agricoltura di precisione);
  • rispettare la proprietà terriera e un uso legale del suolo;
  • garantire le relazioni sociali e la comunicazione nei luoghi di produzione;
  • essere verificata, in termini di rispetto delle procedure di produzione, da enti terzi.

Il LUC (non il look!) fa la differenza

Una valutazione di impatto ambientale di produzioni agro-zootecniche che includano l’uso della farina di estrazione di soia importata dal Brasile (o dell’olio di palma importato dalla Malesia) cambia radicalmente se si considera o meno il cambio d’uso del suolo. Si veda la figura 1, tratta da uno studio sull’incidenza ambientale di mangimi per bovine da latte pubblicato quest’anno da ricercatori svedesi.

Fig. 1 – Impronta di carbonio (kg CO2eq/kg mangime) dei componenti di mangimi per vacche da latte non considerando (a) o considerando (b) il cambio d’uso del suolo (LUC) (Lindberg et al., 2021 – https://doi.org/10.1080/09064702.2021.1976265).

Controllo: mangime di controllo a base di cereali e soia f.e.

Colza (Clz): mangime a base di polpe di bietola e colza f.e.

Distiller (Dist): mangime a base di polpe di bietola e distillers di cereali

Clz+Dist: mangime a base di polpe di bietola, colza f.e. edistillers di cereali

Si nota subito che senza considerare il cambio d’uso del suolo per la coltivazione della soia (situazione “a”) i mangimi si equivalgono. Considerando il LUC, invece, il mangime a base di soia come fonte proteica raddoppia la sua impronta ecologica.

Da sottolineare anche la bassissima incidenza della lavorazione delle materie prime in mangimificio, in sede di produzione del mangime composto, e del relativo trasporto.

Con i coprodotti: minor uso di suolo e rilascio di eutrofizzanti

Dallo studio citato emerge anche (figura 2) che l’uso di coprodotti nei mangimi composti favorisce la sostenibilità ambientale considerando due importanti categorie di impatto studiate con l’LCA: l’occupazione del suolo e il rilascio di sostanze eutrofizzanti delle acque (nitrati e fosfati). Per contro, l’uso di energia da fonti fossili, non rinnovabili, è maggiore con i mangimi a base di coprodotti rispetto a quelli tradizionali a base di cereali e soia, per la necessità di essiccazione dei coprodotti, umidi all’origine. A livello di consumo di energia da fonti fossili (grafico “c” di figura 2), la produzione del mangime e il suo trasporto incidono leggermente più che per le altre due categorie di impatto, ma sempre in misura trascurabile.

Fig. 2 – Uso di suolo (m2/kg mangime) (a), rilascio di eutrofizzanti (g NO3eq/kg mangime) (b) e uso di energia da fonti non rinnovabili (MJ/kg mangime) (c) dei componenti di mangimi per vacche da latte (Lindberg et al., 2021).

Interessante notare, dallo studio effettuato da Lindberg su bovine da 36 kg di latte/giorno e alimentate con diete a base di insilato di trifoglio (60% della SS totale) integrate con 11 kg/giorno di mangime composto, che la produzione di latte è stata uguale per le 4 diete, formulate per essere isoproteiche ed isoenergetiche.

Che mangimi formulare per i bovini?

Dallo studio citato e le figure viste emerge certamente l’interesse per i coprodotti, sia economicamente che sotto il profilo della sostenibilità ambientale. Tuttavia, non illudiamoci di poter fare a meno dei cereali e della soia, viste le crescenti domande di materie prime per formulare i mangimi: i coprodotti non basterebbero certamente a formulare tutti i mangimi richiesti dal mercato. Una loro valorizzazione però è d’obbligo, in un’ottica di vera economia circolare. L’altra considerazione da fare riguarda i cereali (soprattutto il mais) e la soia: la loro produzione dev’essere ormai vincolata alla stretta osservanza di norme comportamentali e di coltivazione appropriate: uso di terreni già destinati all’agricoltura, buone pratiche agricole, adozione di tecniche di agricoltura di precisione, ecc. In tal modo si potrà diminuire l’impatto sull’ambiente di tali colture e sfruttarne ancora l’alto potenziale produttivo e il grande valore nutritivo.

Un software per controllare la sostenibilità dei mangimi

Nel 2021, il GFLI (https://globalfeedlca.org/), in collaborazione con il Livestock Research di Wagenengen (Olanda), sempre attento alle tematiche ambientali, ha messo a punto un programma per la verifica dell’impatto ambientale dei mangimi (http://webapplicaties.wur.nl/software/feedprintint/).

Il programma si basa sul mercato olandese delle materie prime e mi sembra ancora da perfezionare e migliorare, perlomeno nella sua facilità e immediatezza d’uso, ma è interessante per una verifica “interna” al mangimificio e all’ufficio formulazione. È facile prevedere che presto anche i mangimi dovranno riportare in etichetta la propria classe di sostenibilità ambientale, più o meno buona. E anche tale parametro potrà condizionare la scelta dell’uno o dell’altro mangime, in un’ottica di filiere di produzione di carne, latte, uova e pesce sempre più ambientalmente sostenibili.

Limitandomi alla categoria di impatto “Carbon footprint” (quindi cambiamento climatico), riporto l’output di due mangimi formulati a puro titolo di esempio: uno a base di cereali e soia, l’altro di coprodotti.

1) Mangime a base di mais (53%), orzo (20%) e soia f.e. (27%)

2) Mangime a base di crusca (20%), farinaccio (15%), girasole f.e. (15%), colza f.e. (10%), semola glutinata di mais (10%), pastazzo di agrumi (10%), polpe di bietola (10%), trebbie di birra (5%) e melasso di canna (5%).

Anche da questo esempio si vede come a far la differenza, almeno per le emissioni di gas serra (CO2eq) sia il cambio d’uso del suolo, considerato per la soia e il mangime che la contiene, e assente invece per le altre materie prime utilizzate. I dati (qui espressi per tonnellata di mangime) sono in linea con quelli (espressi per kg di mangime) riportati in fig. 1, nello studio prima citato.

Da sottolineare infine il fatto che per entrambi i mangimi l’impronta ecologica (CFP) biogenica è praticamente zero, mentre quella da combustibili fossili è elevata.

Teniamo sempre presente, e facciamolo presente a quanti non lo sanno, che la forza dell’agricoltura è che si basa su colture e prodotti biogenici. Le emissioni di CO2 sono biogeniche se derivano dalla combustione/decomposizione di materiale biologico in continua produzione/rinnovamento, ben diversi quindi dai combustibili fossili formatisi milioni di anni fa. Le emissioni biogeniche sono fondamentalmente in equilibrio ambientale (C sequestrato dalle piante e C emesso in atmosfera dalle piante stesse, dagli animali che le mangiano e dal sistema); quelle da combustibili fossili no, in quanto il C è stato sequestrato dall’atmosfera milioni di anni fa e non compensa quindi quello che il loro uso rilascia oggi.

di G. Matteo Crovetto – Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali Università degli Studi di Milano – Componente CSI Assalzoo

Foto: Pixabay