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La guerra in Ucraina sul mercato dei cereali: tensioni simili al 2008

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La guerra in Ucraina alza il prezzo delle materie prime agricole. La recente dinamica internazionale dei prezzi evidenzia tensioni confrontabili con le precedenti fiammate del mercato del 2008 e del 2011. Tuttavia, i prezzi dei cereali si mantengono a maggio 2021 più bassi del 18,5% rispetto ai livelli massimi di marzo 2008, mentre gli oli vegetali solo del 2% rispetto ai massimi di giugno 2008. A dirlo è un nuovo dossier Ismea. Dall’inizio del conflitto russo-ucraino, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare sta monitorando gli effetti sui mercati agroalimentari della guerra, con i primi due report pubblicati a inizio marzo.

Le attuali tensioni e i conseguenti rialzi sono andati a innestarsi su situazioni che, al netto della crescita della domanda cinese per il mais, non presentavano elementi oggettivi di criticità: produzione, domanda e stock erano e sono, ad oggi, in linea con un contesto di quasi normalità.

Il contesto internazionale

A partire dalla seconda metà del 2020, il mercato internazionale è stato caratterizzato da un incremento dei prezzi delle principali commodity energetiche e agricole, riconducibili a un insieme di fattori di natura congiunturale, strutturale e speculativa. La repentina ripresa della domanda mondiale della prima fase post pandemica aveva determinato problemi organizzativi e logistici dei principali scali mondiali. A questi fattori di tensione, si sono aggiunte la crescente domanda cinese di mais e soia e, per il grano tenero, le azioni intraprese dalla Russia nel 2021 allo scopo di contenere l’aumento dei prezzi alimentari sul mercato interno, ma con l’effetto di ridurre i volumi esportati dal Paese.

Il confronto dei prezzi sul mercato nazionale dei principali cereali, alla fine del 2021, aveva già fatto registrare incrementi dell’ordine del 50-60%. In particolare il frumento duro è più che raddoppiato rispetto al 2019. Si tratta, è bene sottolineare, di tensioni che sono andati a innestarsi su situazioni che, al netto della crescita della domanda cinese per il mais, non presentavano elementi oggettivi di criticità.

L’unica eccezione è costituita dal frumento duro i cui incrementi di prezzo sono stati determinati anche da una forte riduzione produttiva nel continente americano, Canada in primis. Il Canada, infatti, è il principale produttore mondiale di frumento duro (circa il 15% della produzione mondiale in un contesto di normalità) ma, soprattutto, rappresenta oltre il 40% degli scambi mondiali.

Il peso commerciale di Russia e Ucraina

In particolare, la Russia esporta a livello globale circa il 20% di frumento tenero, il 14% di orzo, il 15% di panelli di estrazione di girasole, il 19% di olio greggio di girasole. L’Ucraina il 10% di frumento tenero, il 15% di mais, il 12% di orzo, il 50% di panelli di estrazione di girasole e il 47% di olio greggio di girasole. Per molti di questi prodotti i mercati di sbocco, tuttavia, sono lontani dalla UE.

Come spesso è accaduto anche in passato, situazioni critiche di mercato spingono alcuni Paesi ad adottare misure che tendono a garantire l’approvvigionamento interno. E’ il caso della Serbia che ha deciso lo stop all’export di alcuni cereali. Si tratta di misure che nel breve periodo possono avere un senso, sebbene contribuiscano ad alimentare la componente speculativa dei mercati, ma nel medio-lungo periodo non possono che essere perdenti.

La situazione in Italia

L’Italia può diversificare i mercati di approvvigionamento ricorrendo agli altri Paesi europei produttori. Ad esempio, Francia e Germania nel caso del frumento tenero. Il ricorso ai grandi produttori del continente americano è rallentato, invece, dal costo di trasposto via nave a cui si aggiungono problemi relativi alla qualità del prodotto estero (gli OGM per gli Stati Uniti e il contenuto dei residui di pesticidi per l’Argentina).

In questo contesto, gli agricoltori non hanno tratto alcun beneficio ma si trovano ad affrontare le semine primaverili nell’incertezza del prezzo futuro. L’unica certezza è di dover affrontare spese rilevanti per le operazioni colturali, concimazioni in primo luogo. Dall’altro lato, le imprese di trasformazione si trovano ad avere a che fare con aumenti delle materie prime dell’ordine del 100-130% superiori al 2020, oltre all’incremento generalizzato delle bollette energetiche.

Nel caso dei cereali, l’Italia è ampiamente dipendente dal commercio estero, importando oltre il 64% dei propri fabbisogni di frumento tenero, circa il 44% di frumento duro e poco meno del 50% di mais. Di conseguenza il mercato nazionale è largamente esposto alla volatilità del mercato internazionale. Tuttavia l’UE è autosufficiente per frumento tenero, orzo, mais e girasole. Non lo è per il mais e il frumento duro ed è estremamente dipendente dai mercati internazionali per la soia di cui si ha una disponibilità interna pari appena al 16% delle necessità.

I fabbisogni nazionali legati alla Russia sono rilevanti solo per i panelli di estrazione di girasole. L’Ucraina è il secondo fornitore di mais dell’Italia, soddisfacendo nel 2021 il 15% in volume delle richieste all’estero, ma è anche il terzo mercato di origine di panelli di estrazione di girasole.

Prezzi in salita nel 2022

I prezzi rilevati in Italia aggiornati alla terza settimana di marzo 2022 hanno evidenziato significativi rincari. In particolare, il prezzo del frumento duro ha segnato un ulteriore record salendo a 524,28 euro/t nella terza settimana del mese (+5,4 rispetto alla terza di febbraio e +2% rispetto alla seconda del mese). Per tale prodotto, gli aumenti sono influenzati dal Canada che nel 2021 ha perso il 60% dei propri raccolti.

Al contrario, la possibile indisponibilità per i mercati mondiali di circa il 30% della produzione russa e ucraina di frumento tenero ha ulteriormente impattato sui mercati internazionali spingendo in Italia le quotazioni di tale prodotto a 406,55 euro/t nella quarta settimana di marzo (+29,7% tendenziale e -0,2% congiunturale).

Con riferimento ai prodotti proteici a destinazione mangimistico-zootecnica, è da segnalare l’incremento del prezzo della soia, per la quale l’Italia importa in media il 70% del fabbisogno nazionale. Il prezzo medio nazionale ha raggiunto nella quarta settimana di marzo 2022 i 706,75 euro/t (+11% sulla quarta di febbraio e +0,9% sulla precedente).

Nel corso del 2021 e nei primi mesi del 2022 l’Indice Ismea dei prezzi dei mezzi correnti per le coltivazioni dei cereali ha mostrato un marcato aumento, segnando a febbraio 2022 un +22,2% tendenziale. Un aumento dovuto soprattutto ai listini dei concimi e dei prodotti energetici, entrambi con un +35,7% rispetto allo stesso mese del 2021.

Tali dinamiche, conseguenti agli aumenti del prezzo di petrolio e gas, hanno un forte impatto in termini di redditività della fase agricola. Basti pensare, ad esempio, che per i cereali il solo costo delle concimazioni rappresenta mediamente il 20% dei costi variabili totali e quello per i carburanti circa il 10%. Relativamente ad alcuni concimi di largo consumo, come urea, fosfatici e potassici, l’Italia dipende totalmente dalle importazioni (Egitto, Belgio, Russia, Germania Ucraina).

Foto: ©Superingo_Fotolia