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Agire con i Paesi produttori. La via di Fefac, Coceral e Fediol per la lotta alla deforestazione

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Coerentemente con gli obiettivi del Green Deal, l’Unione europea sta lavorando a un regolamento per il contrasto della deforestazione. Lo scorso 17 novembre la Commissione europea ha presentato a Parlamento e Consiglio una proposta di legge che vieta l’importazione di materie prime agricole, tra cui la soia, prodotte a scapito delle foreste. Dalle nuove disposizioni deriverebbero precisi obblighi a carico delle aziende che acquistano queste commodities e le immettono nel mercato Ue: dovranno dimostrare che i beni acquistati sono “a deforestazione-zero” e che sono stati prodotti nel rispetto delle leggi locali. Il processo legislativo è appena all’inizio. I ministri dell’Ambiente dei Paesi membri ne hanno discusso in un incontro informale a gennaio e la presidenza francese di turno dell’Unione è determinata a far avanzare il dossier il più possibile nel primo semestre. Nel frattempo sono arrivate le critiche dei vari portatori d’interesse. Tra questi Fefac, Fediol e Coceral che giudicano insufficiente la proposta di regolamento rispetto all’intento di arginare il fenomeno della deforestazione, che va affrontato all’origine. Anche Copa-Cogeca non ha mancato di manifestare le proprie perplessità. Gli agricoltori – sostengono i due sindacati – dovrebbero avere accesso a soluzioni alternative e poter contare su un piano europeo per la produzione di proteine che riduca la dipendenza dall’import.

No a beni prodotti su terreni deforestati dal 2021

La proposta di regolamento della Commissione riguarda esclusivamente le materie prime con il maggiore impatto sullo stato delle foreste connesso alle esigenze dell’Ue: carne di manzo, olio di palma, soia, legno, cacao e caffè. In caso di entrata in vigore, sarà vietato immettere sul mercato unico queste materie prime, e i relativi prodotti, associati sia alla deforestazione – con riferimento alla conversione delle foreste in terreni agricoli – sia al degrado forestale – quando le foreste subiscono danni tali da non poter più fornire risorse o servizi a una comunità. La data oltre la quale non saranno accettati beni la cui produzione sia avvenuta su terreni soggetti a deforestazione o degrado è il 31 dicembre 2020. Non solo. Queste commodities, per poter entrare in Europa, devono essere state prodotte in conformità alla legislazione dei Paesi di origine.

L’obiettivo è che il regolamento entri in vigore entro il 2023, con la concessione di dodici mesi di tempo alle imprese più grandi e ventiquattro a quelle più piccole per adeguarsi alle disposizioni. Le aziende, infatti, dovranno fornire diverse informazioni riguardo ai beni importati. La procedura di due diligence a loro carico prevede obblighi di informazione, valutazione del rischio e misure di attenuazione del rischio. Le aziende, tra l’altro, dovranno raccogliere, organizzare e conservare per cinque anni informazioni dettagliate, tra cui le coordinate di geolocalizzazione relative ai luoghi di produzione, l’intervallo di tempo nel quale le commodities sono state prodotte, il monitoraggio delle aree di produzione mediante immagini satellitari e una serie di dati verificabili circa il mancato apporto alla deforestazione o al degrado e la conformità alla legislazione locale.

La Commissione ha comunicato, inoltre, di essersi impegnata a coinvolgere i Paesi produttori, con lo stanziamento di 1 miliardo di euro per la protezione delle foreste; il sostegno alla governance; i partenariati per le foreste; la promozione di discussioni bilaterali e multilaterali.

I rischi per gli approvvigionamenti

Le previsioni del regolamento avanzato dalla Commissione sono state criticate dalle tre organizzazioni che rappresentano il settore mangimistico, il commercio di cereali e l’industria dei semi oleosi in Europa. Secondo Fefac, Coceral e Fediol la proposta potrebbe avere risvolti negativi. Il timore è per una carenza di approvvigionamento nel mercato Ue, con un conseguente aumento dei prezzi e un contraccolpo alla competitività della mangimistica e della filiera agroalimentare, e per oneri amministrativi e logistici a carico delle aziende davvero gravosi. Sotto accusa anche la scelta di un approccio unico per tutte le commodities: ciascuna materia prima – sostengono – ha invece le sue specificità che devono trovare una sponda in prescrizioni peculiari. Altro punto critico è il sistema di benchmarking previsto che distingue i Paesi in base al livello di rischio di deforestazione/degrado. Questo sistema avrebbe effetti distorcenti e penalizzerebbe operatori e agricoltori. Si sposterebbe l’approvvigionamento dalle aree ad alto rischio a quelle a basso rischio, penalizzando chi produce in modo sostenibile nelle prime, ma anche allontanando gli operatori da queste stesse aree, che sono quelle che più hanno bisogno di transitare verso la sostenibilità. Le aziende – evidenziano Fefac, Coceral e Fediol – dovrebbero essere considerate responsabili per le pratiche di valutazione e attenuazione del rischio, sottoposte ad audit e controlli da parte delle autorità competenti. Il regolamento potrebbe poi mancare l’obiettivo principale: un impatto reale sulla deforestazione potrebbe non verificarsi. Se l’approvvigionamento dai Paesi ad alto rischio risultasse difficile – spiegano le tre organizzazioni – la filiera tenderà a evitare quei mercati, riducendo il potere dell’Ue a condizionare positivamente la produzione in quei Paesi.

In un articolo apparso su Euractive lo scorso 19 febbraio, le tre organizzazioni hanno spiegato estesamente il loro punto di vista. Una strategia di contrasto al fenomeno della deforestazione – sottolineano – non può prescindere dal coinvolgimento dei Paesi di produzione, laddove si vuole che il fenomeno si arresti. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le condizioni socio-economiche e le politiche di sviluppo sono fattori che contribuiscono alla deforestazione.

Sono diverse le risorse a disposizione per intervenire secondo Fefac, Fediol e Coceral. Ad esempio il dialogo intergovernativo, il sostegno ai Paesi produttori per rinforzare l’ordinamento fondiario, la governance e la pianificazione dell’utilizzo del suolo. Anche uno strumento come l’Accordo di Partenariato Volontario può essere utile per la sostenibilità o i programmi esistenti di partnership pubblico-privato. Gli incentivi o i sistemi finanziari con cui remunerare gli agricoltori per i loro servizi a tutela delle risorse naturali sono un prerequisito chiave. Attenzione anche sulla procedura di due diligence obbligatoria, che potrebbe essere utile ammesso che sia parte di un sistema di misure interconnesso e sia basata su linee guida e definizioni concordate. La procedura può consolidare le condizioni in cui operano le aziende in Europa richiedendo loro di valutare i rischi, essere più trasparenti nella catena di approvvigionamento, riferire sui progressi e offrire rimedi quando appropriato. I sistemi di certificazione, infine, potrebbero svolgere un ruolo complementare, aiutando le aziende a soddisfare le richieste relative alla procedura di due diligence, aiutando i clienti a far rispettare le loro richieste e gli agricoltori a essere remunerati.

di Redazione

Foto: Pixabay