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Coprodotti alimentari e biogas, una penalizzazione per la mangimistica

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Le conseguenze della guerra in Ucraina hanno interessato anche l’approvvigionamento energetico dell’Italia rivelando i limiti della dipendenza dall’estero per l’acquisto di materie prime, gas soprattutto. Lo scenario internazionale ha spinto i decisori politici ad affrontare l’emergenza energetica e farlo significa anche guardare alle fonti alternative per la produzione di energia. Su questo fronte il settore primario può dare un contributo non trascurabile grazie alla produzione di biogas e biometano. Integrare una quota maggiore di gas rinnovabili nel mix energetico ha inoltre il vantaggio di accompagnare il sistema produttivo verso la transizione energetica e la decarbonizzazione richiesta dall’Unione europea e affrontata nel Pnrr. I rappresentanti del mondo agricolo sono sensibili alla questione delle agroenergie, come ha dimostrato, da ultimo, la partecipazione di Coldiretti e Agrinsieme a un convegno sul tema lo scorso 28 aprile al ministero delle Politiche agricole. Da più parti si auspica una maggiore diffusione degli impianti di biogas e biometano grazie a iter normativi e burocratici più veloci ed efficienti.

Come ripetono i sostenitori delle rinnovabili la maggiore produzione di biogas e biometano va a beneficio dell’economia circolare nel settore primario con l’impiego, come materie prime, di effluenti zootecnici e scarti agricoli e l’uso del digestato proveniente dagli impianti nei campi. Di recente, però, il settore dei gas rinnovabili è stato oggetto di un intervento normativo che, invece, potrebbe danneggiare quell’espressione di economia circolare che vede protagonista la mangimistica. La legge di conversione del decreto legge n. 17 del 2022 contro il caro-energia e per lo sviluppo delle rinnovabili vuole favorire l’impiego dei coprodotti di derivazione agroalimentare negli impianti di biogas e biometano. Si tratta dei residui di produzione derivanti dalla trasformazione o dalla valorizzazione dei prodotti agricoli che la mangimistica usa da tempo per la sua produzione. Il rischio è che si apra la strada a una concorrenza tra feed e agroenergie, a detrimento del primo, fondamentale anello della filiera zootecnica.

Oltre duemila gli impianti di biogas in Italia

Per sua natura l’industria degli alimenti per animali è un settore circolare e, dunque, dall’impronta sostenibile. I coprodotti di origine vegetale e animale, tra cui i residui della lavorazione dei prodotti lattiero-caseari, sono infatti reintrodotti nel circolo produttivo dai mangimisti. Vengono adattati alle esigenze nutrizionali e fisiologiche degli animali cui sono destinati i mangimi così ottenuti, sempre nel rispetto delle norme di sicurezza in ogni fase della produzione. Sono quasi 9 milioni le tonnellate di coprodotti che la mangimistica valorizza nei suoi stabilimenti. Tra questi la polpa di barbabietola, alimento di alta qualità ricco di fibre per i ruminanti, o il melasso, fonte di minerali e di energia, entrambi derivati dalla lavorazione dello zucchero. O il siero di latte e i prodotti derivati dalla lavorazione dei cereali, della birra, dell’industria della panificazione, della pasta e dei prodotti da forno. Da quest’ultimo settore arrivano gli ‘ex prodotti alimentari’, non più idonei al consumo umano perché non rispondenti a taluni standard richiesti. Fino alle farine di semi oleosi, un ambito che rivela un interessante punto di contatto con il settore energetico. Gli oli estratti dai semi di soia, di colza, di girasole sempre più spesso sono impiegati per fare biodiesel. La farina di risulta si è affermata come la principale fonte di materia prima proteica per la mangimistica, grazie alla sua versatilità, digeribilità e palatabilità.

Proprio su questa vasta gamma di prodotti interviene l’articolo 12-bis della legge di conversione del decreto legge contro il caro-energia. Un articolo che vuole semplificare il processo produttivo negli impianti di biogas e biometano incentivando la possibilità di utilizzare coprodotti dell’industria agroalimentare. Sono risorse il cui uso ha permesso alla mangimistica di contenere la domanda di materie prime agricole di cui già l’Italia è carente. Pertanto favorendo l’utilizzo di coprodotti per le bioenergie l’Italia sarebbe costretta ad aumentare l’importazione di cereali e semi oleosi che oggi già copre circa il 60% del suo fabbisogno. Ad esempio, grazie agli ex prodotti alimentari da forno, dell’industria dolciaria e simili, si ottengono circa 350 mila tonnellate annue di farine ad alto valore nutrizionale che possono sostituire parzialmente altri ingredienti, comprese le farine di cereali fioccati. Se si dovessero rimpiazzare con altre materie prime agricole, perché destinate ai biodigestori, comporterebbero un valore di oltre 190 milioni di euro annui e la necessità di mettere a coltura oltre 37mila ettari di suolo coltivabile, anche con ricadute in termini di sostenibilità ambientale.

Secondo il Consorzio Italiano Biogas in Italia sono attivi circa 2.200 impianti di biogas (anno di riferimento 2020). Per produrre 2 mld di metri cubi di biometano derivati dal biogas si utilizzano per il 60% effluenti zootecnici e solo il 6,4% di materie prime sono sottoprodotti mentre la quota restante sono colture agricole, per un totale di oltre 40 milioni di tonnellate di biomasse agricole (dati riferiti alla media 2015-2020). Gli ultimi dati di GSE-Gestore Servizi Energetici indicano per il 2020 circa 8.166 gigawatt/h di energia elettrica prodotta da biogas, di cui 5.598,6 da attività agricole e forestali, in leggero calo rispetto al 2019 (-1,3%). Lo Statistical Report di European Biogas Association ha rilevato una produzione di biogas e biometano in Italia di 191 TWh, con una previsione di raddoppio in meno di nove anni. Come riporta il Consorzio, la tendenza indica un aumento dell’impiego di materie prime sostenibili per la produzione di gas rinnovabili.

Già ora la produzione di energia nei biodigestori richiede l’impegno di circa 180 mila ettari di terreno coltivato a mais, un cereale che l’Italia è costretta a importare per circa il 50% del fabbisogno. La concorrenza tra produzione agricola per il consumo animale e umano e la produzione di energia è già in essere. Assalzoo ha denunciato l’assenza di una reale valutazione dell’impatto che l’intervento normativo contenuto nel dl sul caro-energia potrebbe avere, una valutazione sul piano costi/benefici che derivano dalla produzione di gas rinnovabili a partire da coprodotti o da prodotti alimentari proprio come il mais. Per scongiurare il rischio di concorrenza sleale tra i due ambiti, e per non intaccare la sicurezza alimentare, la destinazione dei coprodotti alimentare al settore energetico potrebbe rappresentare una modalità residuale rispetto alla priorità data al reimpiego degli stessi prodotti nel circuito alimentare per il consumo umano o animale. Solo se i coprodotti non fossero idonei all’impiego nel settore alimentare, potrebbero diventare materia prima per i digestori e sostenere il percorso dell’Italia verso la transizione energetica.

foto: @pixabay