Home Ricerca Alimentazione proteica nel suino

Alimentazione proteica nel suino

1116
0
suini_covid

di G. Matteo Crovetto – Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali, Università degli Studi di Milano

Le proteine e l’energia sono i pilastri dell’alimentazione animale, con tutto il rispetto per i pur fondamentali minerali, vitamine, acidi grassi essenziali, ecc.

Come è noto, nei monogastrici, suino incluso, le proteine vanno però analizzate e valutate sotto il profilo degli amminoacidi che le compongono, soprattutto quelli “essenziali”, quelli cioè che l’animale non riesce a sintetizzare – o quantomeno non in quantità sufficiente – e deve quindi necessariamente assumere con la dieta.

Alcuni amminoacidi sono essenziali sempre, altri lo possono essere soprattutto nelle fasi giovanili (es. l’arginina) o diventare essenziali a fronte di situazioni particolari.

La proteina “ideale”: presupposti e limiti

Si definisce così la proteina alimentare digeribile che assomiglia di più, per composizione amminoacidica, alla proteina tissutale che il suino sintetizza, in base al proprio codice genetico.

In base alla teoria della proteina ideale, sviluppata negli anni ’50 per gli avicoli e negli anni ’70 per i suini, con un’alimentazione basata su tale concetto non ci dovrebbero essere amminoacidi carenti né in eccesso. Sarebbero quindi garantiti sia la crescita/produzione, sia il rispetto ambientale, per minor escrezione dell’N in eccesso: ciò significa meno nitrati nelle acque (quindi meno eutrofizzazione), meno ammoniaca in atmosfera (quindi meno piogge acide e polveri sottili) e meno protossido d’azoto rilasciato dal suolo in atmosfera (quindi meno effetto serra e riscaldamento globale).

Per decine di anni ricercatori in tutto il mondo hanno fatto esperimenti applicando diete con diversi livelli amminoacidici, quasi sempre però limitatamente agli amminoacidi cosiddetti “essenziali”: lisina, metionina, treonina, triptofano, valina, leucina, isoleucina, fenilalanina e, in alcuni stati metabolici, cistina e tirosina. Nella quasi totalità dei casi si è sempre ritenuto che l’animale potesse provvedere da solo a sintetizzare gli altri amminoacidi, purché avesse abbastanza azoto proteico ed energia disponibili.

Gli amminoacidi sono tutti “essenziali”!

In realtà i cosiddetti amminoacidi “non essenziali” costituiscono circa il 60% della massa amminoacidica dei vari organi e tessuti, con la glicina, la prolina e l’acido glutammico che rappresentano rispettivamente il primo, il secondo e il terzo degli amminoacidi più abbondanti nell’organismo del suino. Tali amminoacidi, se presenti in quantità insufficiente nella dieta, vengono sintetizzati nelle cellule a partire dagli altri amminoacidi, compresi i cosiddetti “essenziali”. Formulare pertanto una dieta solo sulla base dei cosiddetti amminoacidi “essenziali” senza verificare che la dieta stessa apporti sufficienti quantità anche degli altri amminoacidi, significa di fatto limitare l’apporto all’animale di alcuni amminoacidi “essenziali” che verranno in parte impiegati per la sintesi di quelli “non essenziali”.

La sintesi proteica nelle cellule richiede la presenza di tutti gli amminoacidi, nessuno escluso, seppure in quantità diverse. Tali amminoacidi vengono quindi definiti “proteinogeni” e sono tutti necessari, essenziali, per la sintesi proteica!

Attenzione alle diete esageratamente ipoproteiche

La pressione verso la sostenibilità ambientale delle produzioni animali e in particolare la necessità di ridurre il più possibile l’escrezione azotata degli animali ha portato, anche nel settore suinicolo, a formulare diete a basso tenore proteico integrate con alcuni amminoacidi di produzione industriale: lisina, metionina, treonina, triptofano, valina. Questo nella convinzione che il fabbisogno degli altri amminoacidi sarebbe comunque stato coperto. In realtà diete con un contenuto proteico molto basso rischiano di non assicurare l’apporto minimo di azoto necessario per la sintesi endogena di alcuni amminoacidi potenzialmente sintetizzabili dall’animale. Gli stessi amminoacidi “essenziali” limitanti (es. lisina, metionina, ecc.) aggiunti nella dieta per soddisfarne i relativi fabbisogni verrebbero allora in parte catabolizzati per la sintesi di glicina, prolina, acido glutammico ecc., e ciò si tradurrebbe in un’insufficiente disponibilità degli amminoacidi “essenziali” stessi e, in definitiva, in minori performance di crescita del suino e in una minor salute dell’animale, soprattutto a livello dell’apparato digerente.

Fabbisogni amminoacidici completi

La tabella sottostante riporta i valori (espressi sia sul tal quale sia in percentuale rispetto alla lisina) di tutti i 20 amminoacidi digeribili a livello ileale di cui i suini necessitano nelle diverse fasi di crescita e riproduttive. Purtroppo i fabbisogni per i suini in accrescimento/ingrasso si limitano ai 110 kg di peso, lasciando scoperta la fase più importante per noi dal punto di vista ambientale, quella cioè del suino pesante, fino ai 170 kg circa. La più importante perché il suino mangia di più, ha una resa alimentare inferiore alle fasi precedenti e dove pertanto l’escrezione azotata è massima.

Per conoscere il contenuto degli amminoacidi totali e di quelli digeribili a livello ileale delle varie materie prime si consiglia di consultare le tabelle dell’INRA-CIRAD-AFZ (2021) al sito: https://www.feedtables.com/content/table-feed-profile

Conclusioni

Resta valida la regola generale di non abbondare con la proteina grezza totale della dieta, specie nelle fasi finali dell’accrescimento ingrasso, quindi sopra i 70 kg di peso. Il 14% di PG s.t.q. dai 70 ai 120 kg di peso e il 12% oltre i 120 kg, se la fonte proteica è di buona qualità e quindi ben digeribile (es. farina di estrazione di soia) sono livelli sufficienti a garantire l’apporto minimo necessario di tutti gli amminoacidi, previe eventualmente piccole integrazioni di lisina, metionina, treonina e triptofano. Scendere sotto tali livelli, anche a fronte di una maggiore integrazione degli amminoacidi limitanti citati, può determinare carenze di azoto per la sintesi di qualche amminoacido e quindi riduzione delle performance di accrescimento e di resa alimentare.