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Scordamaglia (Federalimentare): “Logistica e promozione, le chiavi per la conquista dei mercati internazionali”

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Luigi Scordamaglia è stato da poco eletto presidente di Federalimentare. Si può considerare questa elezione come un nuovo inizio per l’associazione di rappresentanza della filiera agroalimentare italiana?

Assolutamente sì, ma non tanto per la persona quanto per tutta una serie di eventi e situazioni sia interni che esterni. Interni innanzitutto, perché mai come ora – e lo dimostra l’elezione all’unanimità della squadra presentata – c’è un’unitarietà di intenti da parte di tutte le associazioni della federazione per ridare centralità al settore alimentare nella sua interezza. Dall’esterno c’è poi un’attenzione verso la centralità del settore chiaramente mai riscontrata in precedenza. Il fatto che il 2015 sia l’anno dell’expo e che i riflettori del mondo siano accesi su di noi, sul nostro settore e sul nostro paese aiuta ovviamente a generare la giusta rilevanza. Devo dire per di più che questo governo da subito ha voluto sottolineare la centralità dell’agroalimentare, come dimostra la costituzione per la prima volta di questo tavolo con tutti i ministri competenti presso la presidenza del consiglio. Quindi mi auguro che a un buon inizio faccia seguito un miglior proseguimento.

 

Vorrei provare a ripercorrere brevemente delle tappe che riguardano il processo di produzione e vedere gli elementi propositivi della nuova squadra di presidenza. Cominciamo con il problema delle importazioni. Quali sono le sfide con cui ci dobbiamo confrontare per i prossimi anni?

Bisogna con molta pacatezza, più pacatezza di quanto si sia fatto in questo Paese, prendere atto di un concetto di una semplicità inaudita: noi siamo importatori di commodity agricole, soprattutto per una serie di settori in cui non riusciamo a produrre abbastanza. E siamo esportatori di prodotti ad alto valore aggiunto. Questa è una regola che nessuno può contestare. Abbiamo una capacità enorme nella trasformazione di materie prime in prodotti ad alto valore aggiunto; una capacità che dipende dalla nostra sapienza di trasformazione, dalla tecnologia e dall’innovazione costante. Saremo quindi sempre un Paese che ha bisogno di importare.

Credo che le barriere non tariffarie, tecniche o ideologiche siano destinate col tempo a venire meno perché è nella natura delle cose. Ho fiducia nel buon senso e credo che il dialogo di Federalimentare con le componenti agricole e con i decisori politici su questi temi sarà di totale apertura, senza rinunciare tuttavia ai parametri di cui dicevo: siamo e dobbiamo essere un paese importatore.

 

Il tema della produzione/trasformazione è essenziale in Italia perchè è quello che rappresenta il nostro valore aggiunto rispetto ai nostri concorrenti. Da un punto di vista di proiezioni di natura strategica, legislativa, quali sono gli elementi fondamentali che servirebbero all’intero comparto per dare una spinta maggiore alla capacità produttiva?

Uno, prendere definitivamente atto – ma con i fatti non solo con le dichiarazioni – che la produzione agricola è una vera ricchezza per questo paese, quindi investire quanto più possibile a supporto della produzione agricola con in ogni forma di sostegno possibile. C’è ad esempio un problema di disoccupazione che potrebbe alleviato dalla creazione di nuovi posti di lavoro in agricoltura. È chiaro che bisogna creare le condizioni affinché ciò avvenga. Se mi dicesse ‘preferisce che dei soldi pubblici vengano dati alle imprese di trasformazione o ai produttori agricoli’ la risposta sarebbe ‘ai produttori agricoli’ purché producano in quantità e qualità ciò di cui l’industria ha bisogno.

È però essenziale che non vengano fatte delle fughe in avanti con normative nazionali che finiscano per ottenere l’effetto contrario di penalizzare la produzione del nostro paese rispetto ad altri. È interesse dell’industria valorizzare la produzione nazionale, ma lo dobbiamo fare con norme comunitarie. Fin quando a un tedesco sarà consentito di fare su un mercato italiano quello che il produttore italiano non può fare, non abbiamo raggiunto l’obiettivo.

Bisogna cercare di superare una visione quasi romantica che spesso anche gli organi di stampa diffondono ovvero che la produzione agroalimentare sia qualcosa di lontano dall’industria. Diventa fondamentale evidenziare l’elemento di correlazione: l’agroalimentare è una industria ed è un’industria fondamentale per il paese.

Ridare centralità all’industria alimentare è anche un fatto comunicativo. Il motto è: comunicare comunicare e comunicare. Per troppo tempo si è parlato di agroalimentare in termini un po’ naif o folkloristici. La produzione agricola è fondamentale se organizzata in una dimensione moderna, l’industria è però il centro, il fulcro. Chi ha fatto grande il food and beverage in giro per il mondo sono i grandi brand che da oltre cinquant’anni hanno investito e speso. Non si può più pensare di continuare a raccontare le favole in termini di produzione agroalimentare e descrivere ambienti bucolici.

Terzo passaggio è la parte delle esportazioni con due priorità: la promozione e, allo stesso tempo, la difesa del prodotto italiano. Due grandi sfide che probabilmente vanno di pari passo e su cui (forse più sulla difesa) c’è poca consapevolezza in Italia. Non credo che manchi consapevolezza. Credo che una azione coordinata e seria tra le amministrazioni in difesa della peculiarità di difesa dall’italian sounding non ci sia mai stata. Per la prima volta oggi invece ci sono delle opportunità importanti di tutela normativa, come quella che si sta discutendo in ambito di TTIP o quella raggiunta già nell’accordo con il Canada (che però riguarda soprattutto prodotti un po’ più facili da difendere come i dop e gli igp). Su tutta l’area grigia dell’italian sounding difficilmente nei paesi terzi riusciremo ad arrivare con degli obblighi normativi. Lì bisognerà fare moltissima comunicazione.

Mi piace ricordare che verrà avviata a breve, nell’ambito del Piano Made in Italy e del Piano speciale Stati Uniti, un’azione di advertising sul “real italian” per spiegare cosa sia il vero italiano ai consumatori. L’italian sounding si combatte se i prodotti reali arrivano. In moltissimi paesi in cui non riusciamo ad arrivare è chiaro che la domanda di italianità è talmente alta che la si sostituisce con il falso italiano. Negli Usa solo un prodotto su otto, venduto come italiano, è veramente italiano. Una vera attività distributiva di food and beverage veramente italiano non c’è; per questo dobbiamo stare attenti: fare una campagna di promozione senza avere i prodotti vuol dire incentivare l’italian sounding. Quindi, in parallelo alla promozione, occorre saper vendere non solo la qualità dei nostri prodotti che è scontata, ma il servizio logistico e le piattaforme distributive.

 

Aspettative Expo 2015. Vetrina per il mondo che verrà a vedere il nostro agroalimentare nella sua manifestazione più elevata e più pronta per il confronto con il mercato internazionale?

La cosa positiva è che finalmente dopo tanto tempo si parli di contenuti. Che sia una vetrina è scontato, che sia un riflettore acceso sul paese al mondo che ha più da guadagnare nel parlare di modello alimentare è scontato; ovviamente abbiamo una opportunità unica perché il nostro modello agroalimentare risponde davvero a tutte le esigenze mondiali in termini di alimentazioni. Da un lato c’è l’esigenza della food security. E non migliore modello del nostro che è il meno impattante sull’ambiente, il più sostenibile e il più efficiente. Dall’altro, c’è il tema della fame nel mondo. E anche qui la risposta è nel nostro modello alimentare. Senza dimenticare la questione dell’obesità che affligge molti paese industrializzati. E incontra nella dieta italiana, con le sue componenti in perfetto equilibrio, la migliore strategia risolutiva.

 

Dentro Federalimentare ci sono molte anime, prodotti con provenienze diverse. È complicato dare un’unica direzione all’agroalimentare italiano?

Dipende dalla lungimiranza che dimostreremo di avere. Gli italiani non sono famosi per andare d’accordo e coordinarsi. In questo caso invece i vantaggi e le opportunità del settore nella sua interezza, non solo delle sue componenti ma proprio lungo la filiera sono decisivi. L’Assalzoo ne è uno dei migliori esempi: se non controlli l’alimentazione animale, non avrai mai un prodotto finito di qualità. Come integrazione verticale e orizzontale abbiamo un’opportunità unica e mi rifiuto di pensare che ci possa essere qualcuno che non la coglie.

 

Salvatore Patriarca – Redazione