Home Ricerca Le granelle di leguminose alternative alla soia nell’alimentazione dei ruminanti in produzione...

Le granelle di leguminose alternative alla soia nell’alimentazione dei ruminanti in produzione biologica

622
0
sementi

 

 

Il recente e progressivo aumento delle aziende zootecniche biologiche, soprattutto nel Sud Italia, ha accresciuto l’esigenza di ottimizzarne i sistemi di allevamento, in particolare il regime alimentare. Quest’ultimo, infatti, deve garantire un’adeguata produttività rispettando le normative che prevedono, fra le altre cose, il ricorso al pascolo quando possibile, l’impiego di alimenti prodotti in azienda ed il divieto all’utilizzo di alimenti trattati chimicamente e/o geneticamente modificati (OGM). Nei sistemi di allevamento in cui si ricorre al pascolamento, se i foraggi del pascolo sono carenti per disponibilità o composizione rispetto ai fabbisogni degli animali, vengono integrati con mangimi concentrati e/o foraggi conservati. Nei mangimi somministrati negli allevamenti convenzionali ad integrazione dei foraggi, i componenti più frequentemente usati sono il mais e la soia, quest’ultima per lo più come farina di estrazione, quindi trattata con solventi, ed entrambi, nella maggior parte dei casi, modificati geneticamente ed esposti al rischio di contaminazione da micotossine, spesso conseguenza dei lunghi trasporti e/o delle inadeguate modalità di conservazione cui sono sottoposti.

Negli allevamenti biologici, il divieto di utilizzare OGM implica un aumento dei costi di alimentazione, dovuto agli elevati prezzi di mercato sia di mais e soia OGM-free, quando reperibili in commercio, sia dei mangimi biologici. Nell’alimentazione degli animali allevati in biologico subentra, quindi, la necessità di sostituire mais e soia con alimenti energetici e proteici più sicuri e meno costosi. Una valida alternativa è costituita dalle diverse granelle di cereali e leguminose che, oltre ad essere OGM-free, non subiscono trasporti o periodi di conservazione che favoriscono la presenza di micotossine, ma possono essere prodotte in azienda o essere facilmente reperibili a costi minori.

Nella scelta delle granelle da produrre in azienda si deve tenere conto dell’adattabilità della specie alle condizioni pedo-climatiche della zona, alla facilità di coltivazione e all’appetibilità per gli animali. Tra i cereali, l’orzo rappresenta una buona alternativa al mais quale fonte energetica: si adatta a tutti gli ambienti, si presta alla coltivazione in biologico, è ben appetito dagli animali e la sua coltura può essere sfruttata nelle prime fasi come erbaio, ottenendone foraggio da pascolare, e poi destinata alla produzione di granella. L’orzo è meno energetico del mais, ma presenta una più rapida degradabilità ruminale che, rendendo disponibile l’energia, ne favorisce l’equilibrio con l’azoto per la sintesi di proteine microbiche utilizzabili dagli animali. Tra le granelle di leguminose, fava, favino, pisello e cece, per il loro contenuto in proteine, superiore al 24% della sostanza secca (SS), possono costituire la fonte proteica del concentrato che in alcuni casi può sostituire anche integralmente la soia. Queste specie mostrano adattabilità alle diverse condizioni agronomiche e al metodo di coltivazione biologico, forniscono residui colturali di buon valore nutritivo sfruttabili con il pascolamento, hanno una limitata presenza di fattori anti-nutrizionali, buona appetibilità, e sono dotate di un discreto contenuto in carboidrati fermentescibili e, nel caso del cece, in lipidi (oltre il 5% della SS). Tale problematica è stata recentemente affrontata dal gruppo di ricerca del Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali dell’Università di Palermo nell’ambito di una linea di ricerca condotta con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo della zootecnia biologica; nello specifico, sono stati valutati gli effetti dell’integrazione alimentare a base di granelle di leguminose alternative alla soia sulla produttività e sulla qualità dei prodotti ottenuti da bovine e pecore da latte e agnelli all’ingrasso.

La totale sostituzione della soia del concentrato con il 30% di pisello nella dieta somministrata a bovine Brune allevate in biologico (Di Grigoli et al. 2008) non ha fatto riscontrare differenze di appetibilità del mangime, ma ha determinato un tendenziale aumento della produzione di latte (14,6 vs 13,4 kg/d) che si è mantenuto per l’intera lattazione. Il concentrato non ha modificato la composizione chimica e i parametri di coagulazione del latte; ha fatto eccezione l’urea che, sebbene nei limiti della normalità per entrambi i gruppi, è stata tendenzialmente inferiore per le bovine alimentate con il pisello (24,4 vs 27,4 mg/dl), suggerendo un effetto positivo del maggiore apporto in carboidrati non strutturali del pisello sull’efficienza di utilizzazione dell’azoto.

Un concentrato biologico a base di orzo e favino ha determinato l’innalzamento della produzione di latte di pecore al pascolo (Di Grigoli et al. 2009) rispetto ad un concentrato isoenergetico ed isoproteico a base di mais e soia (1,30 vs 1,18 kg/d); il concentrato biologico non ha modificato la qualità del latte, ad eccezione della riduzione delle cellule somatiche (5,85 vs 6,29 log10 n/ml), quale indice di un migliore stato sanitario della mammella e di una condizione di maggiore benessere degli animali, e non ha influenzato il profilo sensoriale del formaggio Pecorino Siciliano. Mentre la composizione acidica del formaggio ottenuto con le granelle biologiche ha mostrato un maggiore contenuto in acido α-linolenico (C18:3 n3) (0,95 vs 0,71 g/100 g di grasso), che ha elevato il livello degli acidi omega-3 e migliorato, riducendolo, il rapporto omega-6/omega-3 (1,71 vs 2,09).

In una successiva prova, concentrati preparati in azienda miscelando l’orzo con granelle di leguminose (cece, favino o pisello), sono risultati ben appetiti dalle pecore in lattazione che li hanno consumati maggiormente rispetto ad un mangime isoazotato del commercio contenente mais e soia (Bonanno et al. 2010). I concentrati sperimentali non hanno modificato le caratteristiche quanti-qualitative della produzione di latte delle pecore rispetto al mangime controllo. Nel confronto tra le tre fonti proteiche alternative non sono emerse differenze notevoli, anche se il favino ed il pisello sembrano consentire una maggiore produzione di latte e una più elevata efficienza di utilizzazione della proteina alimentare per la sintesi di caseina, mentre il cece, a parità di ingestione, non è stato in grado di sostenere la produzione di latte. La composizione acidica del latte (Bonanno et al. 2013) ha evidenziato come il concentrato a base di cece ed il mangime commerciale abbiano favorito, rispetto ai concentrati con favino e pisello, la riduzione degli acidi grassi saturi, in particolare di quelli a catena media, da C10:0 a C16:0, sintetizzati in prevalenza nella mammella e noti per la loro capacità di elevare i livelli di colesterolo LDL; a questa ha corrisposto l’innalzamento degli acidi grassi insaturi, cui hanno contribuito gli acidi oleico (C18:1) e linoleico (C18:2 n6 c9c12), nonché l’acido rumenico (CLA C18:2 c9t11), noto per i suoi benefici effetti sulla salute umana (Banni et al. 2002), e il suo precursore, l’acido trans-vaccenico (C18:1 t11). Il latte dei gruppi alimentati con il favino ed il pisello ha invece mostrato un minore rapporto omega-6/omega-3, più favorevole dal punto di vista nutrizionale, sebbene tale rapporto si sia mantenuto per tutti i gruppi al di sotto di 5, limite raccomandato ai fini nutrizionali (FAO/WHO 1994).

Agnelli alimentati, dallo svezzamento alla macellazione (60-130 d d’età), con diete a base di cece, fava o pisello (Bonanno et al. 2012), hanno realizzato prestazioni non dissimili da quelle ottenute utilizzando la farina di estrazione di soia nella razione, in termini di ingestione alimentare, ritmo di crescita, peso della carcassa (11,1, 11,3, 11,6 e 11,2 kg per cece, fava, pisello e soia), e qualità fisico-chimica ed organolettica della carne. Anche in questo caso, il cece si è differenziato dalle altre granelle, inducendo un maggiore consumo alimentare che si è tradotto in un aumento dell’adiposità della carcassa e, pertanto, in un più alto indice di conversione alimentare, e conferendo una minore tenerezza alla carne. Il cece ha influenzato anche la composizione acidica del grasso intramuscolare, determinando l’aumento degli acidi grassi insaturi, quali il linoleico e, in minor misura, il rumenico ed il trans-vaccenico. L’innalzamento degli acidi grassi insaturi, analogo a quello rilevato sul latte prodotto dalle pecore alimentate con cece nella prova precedentemente descritta (Bonanno et al. 2013), lascia supporre una parziale limitazione delle bio-idrogenazioni ruminali degli acidi grassi insaturi dell’alimento (Antongiovanni et al. 2003), possibilmente legata al maggiore contenuto lipidico del cece rispetto alle altre fonti proteiche (5,5, 1,6, 4,6 e 1,6% della SS per cece, fava, pisello e soia).

In definitiva, i risultati emersi nelle diverse prove dimostrano come sia possibile sostituire integralmente nella dieta dei ruminanti il mais e la soia del concentrato con orzo e granelle di leguminose di origine locale per produrre latte, formaggio e carne biologici a costi più contenuti. I mangimi a base di granelle locali non hanno, peraltro, pregiudicato la produttività degli animali e le caratteristiche organolettiche e nutrizionali dei prodotti. Anche in regime convenzionale, l’impiego di granelle locali garantisce l’ottenimento di prodotti zootecnici più sicuri per i consumatori, perché esenti dagli eventuali rischi legati all’ingestione, da parte degli animali, di fonti alimentari geneticamente modificate o contaminate da micotossine, prerogative che li possono rendere più competitivi sul mercato. Non bisogna trascurare, infine, come l’uso delle granelle locali per l’alimentazione animale ne incentivi la loro coltivazione in azienda, e come l’introduzione delle leguminose negli avvicendamenti colturali migliori la fertilità e la struttura del terreno per i maggiori apporti di azoto e sostanza organica.

 

 

La bibliografia è disponibile presso gli autori

 

Bibliografia

Antongiovanni M., Buccioni A., Petacchi F., Secchiari P., Mele M., Serra A., 2003 – Upgrading the lipid fraction of foods of animal origin by dietary means: rumen activity and presence of trans fatty acids and CLA in milk and meat. – Italian Journal of Animal Science, 2:3-28.

Banni S., Murru E., Angioni E., Carta G., Melis M.P., 2002 –Conjugated linoleic acid isomers (CLA): good for everything? – Sciences des aliments, 22(4):371-380.

Bonanno A., Di Grigoli A., Tornambè G., Bellina V., Mazza F., Alicata M.L., 2010 – Integrazione con granelle di leguminose per la produzione di latte ovino biologico. – XIX Congresso Nazionale S.I.P.A.O.C, Large Animal Review, supplemento al n. 5, 58 (abstract).

Bonanno A., Tornambè G., Di Grigoli A., Genna V., Bellina V., Di Miceli G., Giambalvo D., 2012 – Effect of legume grains as a source of dietary protein on the quality of organic lamb meat. – Journal of the Science of Food and Agriculture, Vol. 92, Issue 14, 2870-2875.

Bonanno A., Di Grigoli A., Bellina V., Mazza F., Todaro M. (2013). Organic sheep milk production and quality by use of legume grains as dietary supplement. II International Conference on Organic Food Quality and Health Research (FQH), Warsaw (Poland) June 5-7 2013, 42 (abstract).

Di Grigoli A., Bonanno A., Vargetto D., Tornambè G., Marchetta P.F., 2008 – Utilizzo del pisello proteico in alternativa alla farina di estrazione di soia in un allevamento biologico di bovine da latte. – Atti del VI Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana di Zootecnica Biologica e Biodinamica “Zootecnia biologica e ricerca, investire insieme”, Arezzo 23 maggio, 19-24. http://www.zoobiodi.it/doc/ATTI_2008_DEFINITIVI.pdf

Di Grigoli A., Pollicardo A., Mele M., Bonanno A., Tornambè G., Vargetto D., 2009 – Effect of substitution of barley and tickbean to maize and extruded soybean in the diet on milk and cheese from ewes grazing under two different stocking rates. – Options Mèditerranèennes, Séries A: Mediterranean Seminars, no 85, 459-464.

FAO/WHO, 1994 – Fats and oils in human nutrition. Report of a joint FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) and WHO (World Health Organization) experts consultation. FAO technical paper 57. Rome, FAO.

 

 

Foto: Pixabay

Antonino Di Grigoli, Adriana Bonanno – Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali, Università degli Studi di Palermo