Home Economia Agroalimentare, nonostante la pandemia cresce l’export. In calo i formaggi stagionati

Agroalimentare, nonostante la pandemia cresce l’export. In calo i formaggi stagionati

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Pur tra le molte difficoltà dovute alla diffusione del Covid-19, il Made in Italy agroalimentare ha tenuto. Nei primi nove mesi del 2020 l’export dei prodotti agricoli e alimentari è cresciuto del 2,8% rispetto al 2018, portando così la bilancia commerciale in attivo. Nello stesso periodo dell’anno, infatti, le importazioni di settore sono diminuite del 4,6%. Il saldo commerciale sfiora pertanto gli 1,5 miliardi

Di impatto Covid e di internazionalizzazione della produzione agroalimentare italiana si è parlato all’ultimo seminario di Rete Rurale Nazionale. Ancora una volta sono emerse la forte propensione all’export della Penisola e la migliore prestazione dell’export specifico rispetto a quello di tutti i beni e servizi di bandiera ma anche le difficoltà, aggravate dalla pandemia, senza le quali l’Italia potrebbe affermarsi ancora di più sui mercati esteri. Questi ostacoli, dalla minore competitività agli oneri sulle aziende, possono essere contenuti solo con politiche di sostegno più efficaci.

Nell’Ue crescita export italiano seconda solo a Spagna

La tendenza emersa nel 2019 relativa all’Italia è identica a quella mondiale. L’export dei prodotti agroalimentari è cresciuto di più rispetto all’export totale. Sul commercio mondiale, inoltre, l’agroalimentare ha guadagnato un peso maggiore. Secondo i dati illustrati da Fabio Del Bravo di Ismea, tra il 2008 e il 20019 l’export di settore è cresciuto del 5,6% mentre quello totale del 4%. La forbice è ancora più ampia se si considerano i dati nazionali: il tasso medio annuo del comparto è cresciuto del 5%, quello generale del 2,9%. Negli ultimi anni la quota sul totale è passata dall’8,1% nel 2012 al 9,4% nel 2019. Proprio il 2012 ha rappresentato un anno di svolta: da allora il Paese è diventato più competitivo, il suo export agroalimentare si è progressivamente irrobustito: il valore della sua crescita è stato il terzo al mondo dopo Cina e Spagna.

La buona performance dell’Italia ha investito anche il 2020, in particolare il primo trimestre quando l’onda del Covid aveva appena cominciato a travolgere l’economia mondiale. In ogni caso da gennaio a settembre le spedizioni oltre confini sono cresciute del 2,8%. Un dato significativo se paragonato al calo dell’11,6% di quelle complessive. A fronte della flessione dell’import, ecco che questa crescita ha avuto come effetto il miglioramento della bilancia commerciale. Nel 2020 Germania, Francia e Stati Uniti si sono confermati come le principali destinazioni (insieme assorbono poco meno del 40% delle esportazioni). Ma in questa parte di anno, si è invertito il rapporto tra i tassi di crescita tra i mercati di sbocco europei ed extraeuropei. Si è passati da un rapporto di +2,6% vs 12,7% nel 2019 a uno di +3,6% vs +1% a gen-set 2020.

Penalizzati alcuni territori 

Nella graduatoria dei prodotti più esportati ci sono ancora una volta al terzo posto i formaggi stagionati (1,1 miliardo di euro di valore alla produzione) e al decimo i freschi (0,7 miliardi). Tuttavia se si considera la variazione tra gennaio-settembre 2020 e gennaio-settembre 2019 gli stagionati hanno perso il 7,8% mentre i freschi hanno visto un balzo del 6,9%. Un altro buon risultato per questi ultimi prodotti che hanno fatto registrare anche il secondo miglior aumento tra il 2012 e il 2019 (quasi del 9%). Tra i prodotti preceduti dal segno più in questi primi nove mesi del 2020 c’è la pasta di semola secca (+23,6% di valore all’export su base tendenziale), mentre altri hanno risentito maggiormente delle restrizioni all’Horeca come il vino (-3,4%).

A livello territoriale, se Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Campania coprono il 70% del valore delle esportazioni nel 2019, considerando la variazione gen-set 2020/gen-set 2019, è il Sud a mostrare la migliore performance con Molise, Basilicata, Campania e Puglia trainate dall’export della pasta secca. Inoltre il Molise ha fatto segnare la crescita maggiore nel 2012-2019. La pandemia ha avuto ripercussioni più significative in quelle regioni in cui sono radicate le produzioni più penalizzate: dagli spumanti per il Friuli-Venezia Giulia al pecorino per la Sardegna.

Maggiore tutela e promozione Made in Italy

Luca Salvatici, docente dell’Università degli Studi Roma Tre, intervenuto al seminario, ha illustrato le conseguenze della pandemia sul commercio, dalle interruzioni della fornitura diretta che ostacolano le produzioni alla recessione alla minore domanda di import. Oltre a questi, per un’analisi completa della situazione economica, bisogna considerare anche la riduzione degli investimenti delle imprese, l’impatto negativo sulla finanza pubblica e l’aumento dell’incertezza generale. Gli scambi commerciali potranno subire anche effetti strutturali: i Paesi più penalizzati saranno non solo i Paesi con il più grave bilancio correlato alla pandemia stessa ma anche quelli che da questi dipendono per il commercio. L’economia globale si è dimostrata vulnerabile per via della maggiore frammentazione delle catene di valore. L’impatto della pandemia – ha sottolineato Salvatici – è stato asimmetrico per via della natura diversa delle varie catene di produzione.

In un quadro del genere, nei primi tre trimestri del 2020, l’Italia ha comunque confermato la sua propensione all’export. La metà del valore agroalimentare deriva infatti proprio dalle vendite all’estero, un valore simile a quello francese ma sotto quello della Spagna e la media dei Paesi Ue (rispettivamente 62% e 72%). Diversi elementi penalizzano il sistema Paese, a cominciare dai maggiori costi sopportati dagli operatori di settore e dalle carenze a livello organizzativo. I più svantaggiati risultano essere i prodotti meno elaborati, con minore valore aggiunto e dal carattere di tipicità meno marcato, ha indicato Del Bravo. Inoltre l’Italia non riesce a intercettare alcune tendenze della domanda mondiale. In una rilevazione condotta a settembre, le imprese dell’industria alimentare hanno individuato nei costi elevati della logistica, nelle normative dei Paesi importatori e nell’alta richiesta di certificazione le zavorre dell’export. 

Il potenziale per crescere ulteriormente c’è e deriva dalla qualità e dal valore del made in Italy. Elementi che devono essere supportati da politiche di sostegno, da una migliore promozione, da una maggiore tutela e da incentivi alla finanza agevolata. Anche il raggio d’azione dell’export italiano può essere ampliato. La Cina resta ancora una destinazione marginale, un mercato da conquistare. I prodotti agroalimentari italiani percorrono in media circa 2900 km, un valore non molto elevato cresciuto di poco dal 2012 (quando era di poco superiore a 2700 Km). Questo incremento, che non si è accompagnato a un’espansione della portata del made in Italy, può avere però una ricaduta positiva in termini di sostenibilità. Sul lungo periodo continuerà a contare il ruolo dei governi, ha spiegato Salvatici, già rilevante prima della pandemia, in relazione, ad esempio, ai rapporti Usa-Cina-Ue e al cambiamento climatico.



Foto: Pixabay

 

red.