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Fao, a novembre schizzano i prezzi delle materie prime. In calo le prospettive su produzione cereali

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Sembra inarrestabile l’aumento dei prezzi delle materie prime agroalimentari. A novembre l’Indice della Fao ha raggiunto il livello massimo in quasi sei anni toccando quota 105 punti, su del 3,9% da ottobre e del 6,5% rispetto a dodici mesi prima. Tutti gli indici di settore sono aumentati, con i prezzi della carne cresciuti in maniera più contenuta. L’aumento massimo ha riguardato gli oli vegetali. In rialzo, dunque, anche le quotazioni dei cereali per i quali la Fao ha diffuso l’ultimo Bollettino su domanda e offerta ritoccando al ribasso la produzione, mantenuta, però, sempre sopra i livelli della passata stagione.

Cereali

L’indice dei prezzi è ora a 114,4 punti, in crescita del 2,5% da ottobre e di poco sotto il 20% rispetto a novembre 2019. Si tratta del quinto aumento mensile consecutivo. È l’effetto dell’incremento dei prezzi all’export del grano, correlati a prospettive meno rosee dei raccolti in Argentina. Stesso discorso per i prezzi del mais, per via di un ridotto livello atteso della produzione in Usa e Ucraina ma anche per i grandi quantitativi acquistati dalla Cina. Stabili i prezzi internazionali del riso. 

La produzione di cereali a livello mondiale è stata nuovamente ridotta: ora è a 2,74 miliardi di tonnellate, ma sempre sopra il dato dello scorso anno (+1,3%) rappresentando ancora un record. Per i cereali secondari la produzione è di 1,47 miliardi, con gli Stati Uniti che hanno di fronte prospettive di raccolto ridotto. Ciononostante l’output sarà il terzo maggiore mai registrato. Per il grano l’offerta è a 761,7 milioni di tonnellate, in calo ma in misura contenuta sulla scia dei minori raccolti di Argentina e Brasile. Il riso fa segnare un record assoluto della produzione a 508,4 milioni di tonnellate. Nell’emisfero settentrionale è stata avviata la semina del grano invernale: i prezzi attesi in crescita potrebbero incoraggiarla nei maggiori Paesi produttori. Tuttavia si teme per le condizioni cerealicole a causa del clima secco dovuto al fenomeno atmosferico de La Niña. La domanda, fiduciosa, per l’export e i prezzi in aumento hanno invece incentivato l’espansione delle piantagioni in Europa e in Russia.

Il consumo a livello mondiale è ora previsto in rialzo a 2,74 miliardi di tonnellate grazie alle attese per il crescente impiego di mais e di sorgo per mangimi in Cina. I consumi legati all’industria alimentari faranno aumentare il livello per il grano. Al termine della stagione, nel 2021 le scorte sono previste in calo a 866,4 milioni di tonnellate, in particolare quelle di cereali secondari, mentre sono in crescita quelle del grano per il maggior livello di prodotto in magazzino per Cina, Ue e Canada. Sul fronte del commercio, rispetto allo scorso anno ci sarà una crescita del 3,4% grazie al maggior ritmo di vendita di mais da parte degli Usa e agli acquisti della Cina ancora a livelli sostenuti. Invariate, grosso modo, le previsioni degli scambi commerciali di grano rispetto ai livelli del 2019/20: la maggiore vendita prevista dalla Russia sarà bilanciata dal calo di quelle argentine a fronte di prospettive inferiori di output.

Carne

A 91,9 punti, l’indice ha fatto segnare solo un aumento dello 0,9% mese-su-mese (il primo da gennaio) e ancora del 13,7% sotto il suo valore di un anno fa. La forte domanda dalla Cina ha spinto in alto i prezzi della carne bovina dopo quattro mesi di calo consecutivi, quelli della carne suina (con una ridotta disponibilità all’export di animali pronti per la macellazione dal Brasile e la Germania e la Polonia ancora oggetto del divieto di esportare a Pechino per la Peste suina africana). L’import cinese a livelli stabili e la ridotta disponibilità in Oceania hanno spinto al rialzo le quotazioni della carne ovina, mentre per quella avicola c’è stato un calo per via delle maggiori spedizioni ma a fronte di una minore domanda internazionale all’importazione.

Latte e derivati

L’indice dei prezzi di latte e derivati è aumentato dello 0,9% raggiungendo il massimo da quasi un anno e mezzo: 105,3 punti. Le cause sono la stabilità dei prezzi di burro e formaggi e la ripresa delle vendite al dettaglio in Europa durante un periodo di calo stagionale della produzione di latte. Dall’altro lato, dopo sei mesi di aumenti consecutivi, i prezzi del latte in polvere scremato sono scesi per i minori acquisti in Asia, in particolare in Cina, e anche grazie a disponibilità maggiori per l’export. 

Zucchero

L’indice ha segnato un +3,3% su base congiunturale grazie alle crescenti aspettative di un calo della produzione mondiale nella prossima stagione: le sfavorevoli condizioni meteo hanno indebolito le prospettive dei raccolti in Ue, Russia e Thailandia. L’indice si è fermato a 87,5 punti.

Oli vegetali

L’aumento del 14,5% su base congiunturale (il maggiore tra tutti i sotto-indici) porta il livello dei prezzi a 121,9 punti. A pesare l’impennata dei prezzi dell’olio di palma associata a una significativa riduzione delle scorte mondiali. In aumento anche le quotazioni dell’olio di soia, con una ridotta disponibilità all’export in Sud America e una incoraggiante domanda di import soprattutto dall’India.


Foto: Pixabay

 

red.