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I prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime per l’alimentazione animale nel 2016

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L’economia italiana, secondo Istat, ha chiuso il 2016 in deflazione, nonostante l’inflazione di fondo, calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, sia rimasta invece positiva (+0,5%), pur registrando un lieve decremento rispetto allo 0,7% del 2015. Il bilancio conclusivo mostra un calo del livello generale dei prezzi, che si combina con una dinamica di recessione generale. La ripresa dell’inflazione a dicembre 2016 è dovuta principalmente alle accelerazioni della crescita dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+2,6%, da +0,9% di novembre), degli energetici non regolamentati (+2,4%) e degli alimentari non lavorati (+1,8%), mentre i prezzi al consumo in media sono scesi dello 0,1%, al di sotto della media dell’Eurozona.

In tale contesto, secondo Ismea, l’indice generale dei prezzi alla produzione dei prodotti agricoli ha registrato un calo del 5,2% (indice 109,67), con flessioni del 6,7% per il totale delle produzioni vegetali (indice 116,46) e del 3,1% per quelle zootecniche (indice 103,02). Nel comparto “coltivazioni” quasi tutti i prodotti considerati subiscono flessioni più o meno significative con oscillazioni dei corrispondenti indici tra -18,4% dell’olio d’oliva (indice 158,65) e -2,1% per il vino (indice 137,36), con uniche eccezioni per semi oleosi (indice 103,01, pari a +0,5%) e tabacchi (indice 177,30, pari a +9,6%). Flessioni generalizzate, invece, per le produzioni zootecniche, con oscillazioni tra il -19,2% per le uova (indice 87,26) e -1,0% per i bovini da macello (indice 110,35), con la sola eccezione per i suini, il cui indice salendo a 118,11 si attribuisce un incremento del 6,8% rispetto al 2015. Da evidenziare, tra le produzioni del comparto bovino, le flessioni relative ai prodotti lattiero-caseari (indice 98,20, pari al -4,0%) ed ai bovini da macello (indice 110,35, pari al -1,0%).

Per quanto concerne, in particolare, il segmento delle materie prime utilizzate dall’industria mangimistica la quasi totalità delle relative quotazioni ha continuato e ulteriormente rafforzato il trend regressivo iniziato nel 2014. Al riguardo, le dinamiche mensili dei listini delle Borse Merci di Bologna e Milano, considerate i mercati più rappresentativi per il settore mangimistico, confermano ulteriormente la dipendenza dei prezzi delle materie prime per l’alimentazione animale, e di riflesso della produzione mangimistica, ai fenomeni congiunturali di disponibilità interna ed estera di cereali e derivati, caratterizzata da un surplus produttivo per la maggior parte dei cereali foraggeri e semi oleosi.

Ciò premesso, le quotazioni medie annuali 2016 per le materie prime considerate di principale utilizzazione per l’industria mangimistica, indicano cali più o meno sensibili, ad eccezione di mais, germe di mais, polpe di barbabietole e oli vegetali. Nel dettaglio: il frumento tenero si contrae di ulteriori 18 euro/t (-9,3% rispetto al 2015), mentre le farine di soia, scendendo mediamente a 373,70 euro/t., spuntano complessivamente altri 21 euro/t in meno, evidenziando un significativo trend ribassista dai 482 euro/t del 2013. Analoghe dinamiche, anche se più contenute, per farinacci e cruscami. Le quotazioni dei farinacci scendono di ulteriori 11 euro/t nel 2016, mentre i cruscami con un prezzo medio di 123 euro/t perdono ulteriori 5 euro/t. I prezzi medi continuano a scendere anche per farine glutinate (159,24/t, pari ad altri 8 euro/t in meno rispetto al 2015), girasole (da 229,85 a 213,62 euro/t, pari al -7,1%), orzo (-19 euro/t) e farine di erba medica (-8,44 euro/t). Il set ribassista di materie prime si conclude con le farine di pesce, diminuite da 1.766,36 a 1.722,13 euro/t (-2,5%). In netta controtendenza i prezzi medi per il germe di mais, che continua nel rialzo iniziato nel 2015, da 219,76 a 222,19 euro/t (+1,3%). Trend analogo per il mais, con un ulteriore rialzo di circa 17 euro/t (+10,3%). Nell’ambito dei foraggi, l’aumento di 18 euro/t delle quotazioni medie per le polpe di barbabietole recupera parzialmente il ribasso di 53 euro/t registrato nel 2015 rispetto all’anno precedente. Infine, anche gli oli vegetali spuntano quotazioni medie maggiori rispetto al 2015 (da 732,30 a 742,40 euro/t.).

Indubbiamente l’alta volatilità dei prezzi agricoli è strettamente connessa con l’offerta produttiva nazionale ed estera di cereali e semi oleosi e con i relativi scambi con l’estero. Al riguardo, limitatamente all’offerta, i dati attualmente disponibili evidenziano quanto segue:
a) a livello mondiale, secondo le stime I.G.C. (International Grains Council), la produzione di frumento viene stimata su 748 milioni di tonnellate per la campagna 2016/17, dopo i 737 milioni della campagna 2015/16 ed i 730 milioni di quella 2014/15, mentre le scorte dovrebbero aumentare ulteriormente da 222 milioni (campagna 2015/16) a 236 milioni per l’attuale campagna . Al contrario, i raccolti di mais attestatisi a 971 milioni di tonnellate nel 2015/16 (-4,7% rispetto alla campagna precedente) dovrebbero aumentare a circa 1.040 milioni, con un incremento delle scorte pari al 7,9% rispetto ai quantitativi record della precedente campagna. Per la soia, le produzioni, dopo il lieve calo registrato nel 2015, dovrebbero aumentare di nuovo da 315 a 335 milioni di tonnellate, mentre le scorte si aggiudicherebbero un lieve incremento attestandosi su circa 38 milioni di tonnellate;
b) a livello comunitario, secondo le previsioni Coceral, nel 2016 le produzioni cerealicole sarebbero diminuite del 5,2%. Al loro interno, tuttavia, frumento tenero e mais incrementerebbero le relative produzioni raccolte rispettivamente dell’17% e 3,4%, mentre l’orzo subirebbe una flessione produttiva del 3,5%. Anche per il complesso delle produzioni oleaginose è prevista una flessione complessiva (-1,6 milioni di tonnellate, pari al -5,1%), anche se girasole e soia si attribuirebbero incrementi produttivi rispettivamente di 407 mila tonnellate (+5,3%) e 331 mila tonnellate (+15,9%);
c) a livello nazionale, secondo Istat, la produzione complessiva dei cereali (escluso il riso) risulterebbe pressoché invariata rispetto al 2015 (+1,0%) con incrementi più o meno consistenti per quasi tutti i tipi di cereali, in parte controbilanciati quasi completamente dal significativo decremento produttivo del mais (-9,8%). Nel comparto dei semi oleosi si stimano significativi incrementi produttivi per girasole (+5,6%) e colza (+16,4%), mentre la soia rimarrebbe pressoché invariata.

 

Foto: © JPchret – Fotolia.com

 

 

Bruno Massoli