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La filiera suinicola in allarme:scomparsi 615mila capi in un anno

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Prima il prezzo delle materie prime, adesso la concorrenza di carne provenienti dall’estero. Le fibrillazioni interne alla filiera suinicola fanno i conti con un dato sempre più “pesante”: in un solo anno il numero di capi si è ridotto di 615mila unità. Un impoverimento per il patrimonio zootecnico italiano a vantaggio delle importazioni dall’estero e a discapito delle produzioni italiane di eccellenza, Dop protette come il culatello di Zibello, la coppa piacentina, il prosciutto San Daniele e quello di Parma.  La “scomparsa” di oltre mezzo milione di capi è solo l’ultima delle tensioni che colpiscono la filiera, come ricorda Andrea Cristini, presidente dell’Anas, l’Associazione Nazionale Allevatori Suini. “Da troppi anni la nostra suinicoltura deve fare i conti con una congiuntura economica sfavorevole. Il miglioramento delle quotazioni dei suini nel corso del 2012 – ricorda Cristini – è stato annullato prima dall’aumento dei costi di produzione, legati soprattutto ai prezzi delle materie prime per mangimi, e successivamente dal pessimo andamento del mercato per lunghi periodi del 2013, in particolare il primo semestre e l’ultimo quadrimestre. Inoltre, la difficoltà di accedere al credito bancario – continua il presidente – sta determinando una situazione non più sostenibile per i suinicoltori italiani”.

 
Nel 2012 la consistenza del parco scrofe nazionale è calata del 12% circa rispetto al 2011. “Il processo di contrazione della capacità produttiva nazionale si sta accelerando”, conferma Cristini, che tra le cause del fenomeno ricorda anche “l’entrata in vigore delle norme sul benessere animale che hanno imposto l’allevamento in gruppo delle scrofe gestanti”. Dati che considerati complessivamente nel medio-lungo periodo potrebbero “alterare alcuni asset fondamentali della nostra suinicoltura, come quello delle produzioni tutelate che necessitano di suini nati ed allevati in Italia e che rappresentano circa il 70% della produzione interna”, prevede Cristini. Si stima che due prosciutti su tre venduti in Italia provengano già adesso da maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna e la mancanza in etichetta di un’indicazione obbligatoria per legge sulla “nazionalità” delle carni fa il resto. “Il mantenimento della capacità di produrre suini con le caratteristiche qualitative necessarie per i prodotti Dop è un must irrinunciabile”, precisa il presidente di Anas. Eppure i fiori all’occhiello della norcineria nazionale hanno già sofferto un calo nei volumi del 10% dal 2008, solo in parte compensato dalle buone performance dell’export. Prodotti di una tipicità legata a doppio nodo con la varietà “genetica” animale, che adesso la crisi sta mettendo a dura prova.  “Il contenuto di tipicità e innovazione dei prosciutti e salumi italiani – ribadisce Cristini – costituisce un impareggiabile potenziale per la difesa commerciale dei produttori.

I prodotti italiani ‘modernamente tipici’ hanno ampi margini di miglioramento del grado di penetrazione sui mercati internazionali, come è confermato da diversi studi ed indicatori”. In questo senso, Anas si è impegnata nella difesa e nello sviluppo di questo sistema: in particolare con la ricerca genetica e l’attuazione di un programma di selezione originale “che ha permesso la costituzione di razze italiane specializzate – ricorda il presidente – per la produzione del suino pesante di qualità”.

Tuttavia il settore sta vivendo problemi di organizzazione e rapporti che si sono manifestati nelle recenti tensioni commerciali che non giovano a rafforzare l’identità delle produzioni. “A questo riguardo è opportuno sottolineare che l’articolazione della filiera suinicola italiana, nella quale la macellazione svolge, oltre al proprio servizio operativo, un importante ruolo di mediazione non solo commerciale tra allevatori e trasformatori aderenti ai circuiti Dop, non ha facilitato – secondo il presidente degli allevatori suinicoli – lo svilupparsi di politiche trasparenti e premianti nei confronti della ‘materia prima’ più caratterizzata e quindi più idonea”. Così circa un quarto del prodotto non risulta conforme alla verifica del macello e del prosciuttificio. “Questo stato di cose è in larga parte imputabile all’origine genetica di numerosi suini – afferma Cristini – che vengono avviati alla macellazione per le Dop pur non possedendo caratteristiche  adeguate”. L’obiettivo è spostare a monte processi virtuosi, ad esempio per “mettere in grado gli allevatori – afferma Cristini – di poter produrre suini le cui carni rispettino i requisiti Dop e assicurino processi di lavorazione più efficienti”.


La salvaguardia delle Dop e dei “disciplinari” è irrinunciabile per gli allevatori, che avvertono la necessità di una rivisitazione delle modalità di applicazione delle norme, una marcata differenziazione qualitativa del prodotto. “È illusorio pensare di agire solamente attraverso il seppur necessario contenimento dei costi”, conclude Cristini, mentre è indispensabile riequilibrare il sistema tenendo presente che “la filiera DOP, con il suo contenuto di tipicità, differenziazione qualitativa e legame col territorio è e deve rimanere l’asse portante della suinicoltura italiana”. 

 Foto: Pixabay

Cosimo Colasanto – Redazione