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OGM: aumentano nel mondo le superfici coltivate e le produzioni

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Cresce nel Mondo, ma anche in Europa, la superficie investita a coltivazioni OGM. Secondo l’ISAAA – Servizio Internazionale per l’Acquisizione delle Applicazioni Agrobiotecnologiche – nel 2008 le superfici coltivate con piante geneticamente modificate hanno registrato un incremento rispetto all’anno precedente del 9,4% raggiungendo i 125 milioni di ettari. (Si tratta delle stime delle semine conosciute ufficialmente, ma le superfici realmente investite a OGM sono considerate superiori a 150 milioni di ettari).

Anche il numero degli agricoltori che hanno deciso di coltivare piante geneticamente modificate è cresciuto ed ha raggiunto la quota di 13,3 milioni, che risultano distribuiti in 25 paesi diversi (erano solo 6 nel 2007), tra i quali figurano tutti i principali paesi produttori di cereali e semi oleosi a livello mondiale. Da notare inoltre che tra i Paesi che coltivano a vario titolo varietà GM, vi sono anche 7 Stati europei, la Germania, la Spagna, la Repubblica Ceca, la Romania, il Portogallo, la Polonia e la Slovacchia.

I dati diffusi dall’ISAAA pongono, quindi, in evidenza incrementi rilevanti nella direzione di una produzione sempre più OGM oriented nel mondo e finiscono con l’avere una valenza particolare, specie per un Paese che, come l’Italia, è fortemente dipendente dalle importazioni per il proprio fabbisogno di materie prime di origine vegetale destinate al consumo alimentare sia umano che animale, e non solo.

Limitando, infatti, l’attenzione al solo settore dell’alimentazione animale, oggi in Italia si producono circa 14,5 milioni di tonnellate di mangimi che assicurano il 98% del fabbisogno nazionale.

 

 

Totale produzione mangimistica

14.550.000

Totale importazioni

546.725

Totale esportazioni

270.241

Disponibilità

14.826.484

Grado di auto-approvvigionamento

di mangimi

 

98,1%

 

 

Per realizzare una tale quantità di mangimi è evidente che occorrono enormi quantitativi di cereali e di farina di soia che, tuttavia, il nostro Paese non riesce a produrre e che – a causa della superficie agricola disponibile – non potrà mai produrre in volumi sufficienti, costringendo l’industria a ricorrere alle importazioni per colmare questo notevole gap.

 

 

 

 

Dipendenza dall’estero di alcune tra le principali

materie prime per mangimi

 

 

 

PRODOTTI

 

 

SOIA

(tonn.)

 

 

MAIS

(tonn.)

 

GRANO TENERO

(tonn.)

 

 

 

ORZO (tonn.)

Produzione

 

Importazione

183.000

 

3.478.128

8.950.000

 

2.450.087

3.250.000

 

4.325.000

1.230.000

 

647.000

 

Dipendenza dall’estero

 

 

 

95%

 

 

27,3%

 

 

57,1%

 

 

34,5%

 

 

È un dato di fatto, quindi, che il 95% della soia impiegata oggi in alimentazione animale provenga dall’estero, ma anche per le altre materie prime si pone in evidenza un deficit di produzione notevole ed anche per il mais – il principale cereale impiegato in alimentazione animale e per il quale il nostro Paese era pressoché autosufficiente fino a qualche anno fa – la dipendenza dall’estero inizia ad assumere proporzioni importanti, sfiorando quasi il 30%. Una percentuale che stando alle prime stime del raccolto 2009 potrebbe passare ad oltre il 40%

È pertanto evidente che in un mercato globalizzato che offre sempre più prodotti OGM questi dati non possono essere sottovalutati ed è, per tale ragione, auspicabile che sulla questione venga fatta al più presto chiarezza, per dare certezze all’industria di trasformazione, ma anche per evitare che si creino false aspettative nei consumatori.

Ciò è ancor più necessario se si tiene conto che ad oggi, nonostante il continuo incremento della produzione mondiale, permane diffidenza nei confronti di prodotti derivati da OGM, che sembra derivare più da una campagna mediatica sostanzialmente contraria, che da risultati di studi scientifici in tal senso e nonostante da anni questi prodotti vengano normalmente impiegati anche nel nostro Paese, senza che ciò abbia mai determinato pericolo né per la salute degli animali, né per quella degli uomini.

Come accennato, le evidenze scientifiche ad oggi disponibili non pongono in evidenza problemi in merito all’impiego di materie prime contenenti OGM ed anche l‘EFSA (la massima Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha espressamente evidenziato che non sono riscontrabili frammenti di DNA GM nei tessuti, nei fluidi o in qualsiasi altro prodotto commestibile derivante dagli animali alimentati con prodotti GM.

Esiste poi un problema anche di carattere più squisitamente economico che deve essere valutato: ad esempio per la soia le quotazioni di mercato pongono in evidenza un differenziale non trascurabile e la soia cosiddetta “OGM free” risulta più cara mediamente del 10%, rispetto a quella GM. Un aspetto che non può essere trascurato, tenuto conto dei riflessi che questa materia prima ha sui costi dell’alimentazione animale e quindi sulla competitività del sistema zootecnico nazionale.

Per questa materia prima, inoltre, si sta già profilando un nuovo pericolo di forte rialzo dei prezzi a causa sia del continuo aumento della domanda – specie cinese – sia della forte riduzione della produzione dovuta alla siccità che ha colpito l’Argentina (si stimano 20 milioni di tonnellate in meno).

Al di là, quindi, di prese di posizione dettate più delle emozioni che da evidenze di carattere scientifico, è ormai necessario che anche nel nostro Paese si inizi a riflettere con un approccio più scientifico al problema per evitare che – in assenza di reali pericoli – si rischi di rimanere fuori da quella che, per altri, si sta ponendo come una occasione di sviluppo.

Non va, infatti, trascurato che l’utilizzo delle agro-biotecnologie continua a crescere anche perché consente di incrementare le rese per ettaro, aumentando quindi la disponibilità di cibo, contribuendo anche a ridurre i costi di produzione per gli agricoltori. Due aspetti che non possono certo essere considerati secondari ai fini della competitività anche della nostra agricoltura.

Inoltre, non si possono sottovalutare altri aspetti importanti legati a queste nuove tecnologie, come il miglioramento delle produzioni agricole sotto il profilo sanitario (ad esempio nel mais GM risulta molo più contenuta la presenza di micotossine, sicuramente pericolose perché effettivamente riconosciute altamente cancerogene) oppure la possibilità di incrementare le produzioni per soddisfare la domanda che proviene da impieghi diversi da quello alimentare, come ad esempio per la produzione di biocarburanti.

Attualmente l’Italia continua ad essere lontana rispetto ad una realtà in espansione nel mondo e nonostante la stessa Unione europea abbia indicato da tempo nella coesistenza tra le diverse colture il futuro dell’agricoltura.

Siamo nel mercato globale e siamo e resteremo un Paese deficitario. È perciò necessario, per il futuro della nostra agricoltura, da parte di chi ha la responsabilità di fare le scelte strategiche del nostro Paese, un avvio immediato almeno della ricerca pubblica sugli OGM, dando al contempo impulso ai Protocolli per le sperimentazioni in campo, messi a punto da tempo ed in maniera condivisa dai tecnici dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente e delle Regioni, che sono bloccati ormai da troppo tempo.

Un atteggiamento pragmatico sulla questione non può, infatti, prescindere dai risultati della ricerca scientifica, l’unica che può dare risposte certe.

Per l’industria mangimistica un dato è evidente: oggi non è possibile produrre mangimi in quantità sufficiente a soddisfare la richiesta degli allevamenti del nostro Paese (ivi compresi tutti quelli che appartengono ai circuiti delle principali DOP – prosciutti di Parma e di San Daniele, Parmigiano Reggiano e Grana Padano) senza l’impiego di materie prime di importazione di cui – come la soia – la maggioranza è di natura GM.

Se si sceglierà per un no agli OGM si dovrà anche dire al consumatore che un divieto di impiego di queste materie prime avrà tre immediate ricadute sul sistema zootecnico: una netta riduzione dei mangimi per alimentare gli animali; quindi, una riduzione drastica del numero degli animali allevati; con una conseguente caduta verticale della produzione nazionale di prodotti alimentari di origine animale.

Ma si devono spiegare bene al consumatore anche le conseguenze di tutto questo, e cioè: la necessità di soddisfare la domanda interna di carni, latte e uova, con prodotti importati da altri Paesi dove, invece, gli animali non solo vengono alimentati con materie prime OGM, ma offrono molto spesso anche minori garanzie, sotto il profilo sia della sicurezza che del benessere degli stessi animali da cui provengono.

Sarebbe non solo un paradosso ma una vera e propria beffa per la nostra zootecnia ed anche un inganno per i consumatori.

 

Pubblicato: Luglio-Settembre 2009

Foto: Pixabay