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“I mie tre no agli Ogm”

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Al bando gli oscurantismi, ma per risultati altrettanto efficaci basterebbe l’adozione di un approccio agroecologico di Nadia Comerci – redazione Ci sono alternative più sostenibili dell’adozione degli Ogm e motivazioni scientifiche, economiche e culturali che devono incoraggiare “la possibilità di individuare nuove soluzioni e nuovi traguardi tecnologici diversi dalla retorica strumentale e dalla incerta prospettiva promosse con l’affermazione degli Ogm in Italia e nel mondo”. È il pensiero di Sergio Marelli, esperto di questioni agricole e programmi contro la povertà nei Paesi in via di Sviluppo, punto di riferimento per il mondo delle Organizzazioni non governative e autorevole voce di ispirazione cattolica. Marelli è attualmente, presidente Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare (CISA) che riunisce oltre 270 tra grandi organizzazioni di categoria, think tank e altre realtà della società civile impegnate nel sociale e nel mondo agricolo posizionate su un fronte radicalmente anti-Ogm.

 

Presidente Marelli, innanzitutto perché il suo no?

Bandendo ogni posizione preconcetta e ancor più dannosi oscurantismi contrari al progresso nel campo delle scienze e della tecnologia, ritengo valide per lo meno tre motivazioni. Innanzitutto un motivo giuridico. È bene ricordare uno dei cardini previsti dal diritto internazionale anche in materia di innovazioni, ivi compreso il campo delle applicazioni tecnologiche, secondo il quale in presenza di divergenza della comunità scientifica circa le conseguenze e le implicazioni sulla salute umana e sull’ambiente della eventuale applicazione di una determinata nuova tecnologia, vige il cosiddetto “principio di precauzione”. Un principio che, per l’appunto, senza le sufficienti certezze circa possibili controindicazioni su persone e ambiente vieta la diffusione e la commercializzazione di ogni nuovo ritrovato. In secondo luogo, una constatazione di ordine economico. Soprattutto per i piccoli produttori agricoli, che ricordiamo essere la stragrande maggioranza di quelli censiti in Italia come nel resto del mondo, l’inevitabile dipendenza nell’acquisto delle sementi dalle grandi multinazionali detentrici dei processi di modificazione genetica dei semi costituisce da un lato un enorme potenziale di mercato ma, dall’altro, un serissimo problema per quei produttori con problemi economici costretti ad esborsare risorse per loro ingenti per acquistare ogni anno nuove sementi sul mercato data la comprovata sterilità di quelle Ogm. Infine, l’impatto delle sementi Ogm sulla conservazione della biodiversità così fondamentale all’equilibrio degli ecosistemi mondiali dovrebbe indurre ad investire in altre modalità selettive almeno al pari di quanto oggi riversato nella ricerca sulle modificazioni genetiche.

 

È allarme per le risorse idriche. Siccità, scarsità delle risorse, impoverimento dei terreni, aumento della popolazione mondiale. Per gli scienziati pro-Ogm piante meno “idrovore” potrebbero essere una parte della risposta ai problemi. Secondo lei, invece, qual è la direzione per fronteggiare queste emergenze?

Gli Ogm in commercio sono piante idrovore tanto quanto le controparti convenzionali. Vale qui la pena ricordare che si tratta di commodities coltivate su vastissima scala e destinate in larghissima parte a zootecnia e usi industriali con conseguenze alquanto stressanti per l’ambiente e senza benefici manifesti per ambiente e persone. Ad esempio, il mais resistente alla siccità da poco introdotto in commercio non si è dimostrato né particolarmente efficace né risolutivo del problema di carenza idrica. Risultati quanto meno altrettanto efficaci sarebbero indotti con l’adozione di un approccio agroecologico che massimizza l’uso per l’alimentazione umana delle produzioni agricole e ottimizza l’uso delle risorse naturali, oltre a privilegiare l’attenzione alla fertilità biologica dei suoli che si traduce in minori perdite di acqua per percolazione, migliore e più prolungata captazione da parte delle piante e che risponde adeguatamente al problema delle carenza alimentari ancora drammaticamente registrate nel mondo.

 

Il dibattito sugli Ogm negli ultimi anni ha generato molta confusione, con qualche eccesso ideologico. Marginali sono le voci che cercano di dialogare in maniera chiara. Anche nel mondo cattolico ci sono opinioni contrastanti. Secondo lei è possibile un confronto sereno? E su quali premesse?

Personalmente credo che l’abbandono di ogni posizione ideologica sia la precondizione di una seria ricerca di soluzioni efficaci e al tempo stesso sostenibili. Anche ricordando come la rivoluzione annunciata vent’anni orsono da chi si prefiggeva di risolvere il problema alimentare mondiale grazie all’introduzione degli Ogm, oggi sia ancora arenata sulle stesse piante e sugli stessi tratti transgenici di allora, dovendo ancora dimostrare vantaggi e le ricadute su contadini e consumatori. Gli indicatori registrati da autorevoli Organizzazioni internazionali sulla fame e sulla malnutrizione e sulle condizioni economiche dei produttori agricoli a livello mondiale sono in tal senso eloquenti. La priorità e la centralità del benessere della persona e di ogni persona su qualunque altro parametro di sviluppo è il fulcro del messaggio e della dottrina sociale della Chiesa: da qui occorre partire per qualunque considerazione e posizionamento e a questa finalità va indirizzata ogni azione e ogni processo tecnologico.

 

Con i limiti imposti alla coltivazione degli Ogm, in Italia si è anche congelata la ricerca biotecnologica. Pensa che questo stop sia giustificato?

Associare gli Ogm alle biotecnologie è improprio visto che la modificazione genetica ne rappresenta solo una parte, peraltro alquanto controversa. Oltre al fatto che non si deve dimenticare come la ricerca (bio)tecnologica riceva tutt’ora una grande mole di finanziamenti sia in Italia che attraverso i fondi comunitari, ciò che più dovrebbe indurre a riflettere e a modificare gli approcci è la strumentale ostinazione di chi persevera unicamente nello sviluppo di tecnologie che incontrano una ormai evidente e dimostrata ostilità di parte significativa della comunità scientifica e, ciò che più conta, della maggioranza di produttori e di consumatori. Il fatto che oltre 270 realtà di società civile italiane associate al Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare – CISA, tra le quali buona parte delle grandi associazioni di categoria, condividano queste posizioni rafforza la mia convinzione circa la possibilità di individuare nuove soluzioni e nuovi traguardi tecnologici diversi dalla retorica strumentale e dalla incerta prospettiva promosse con l’affermazione degli Ogm in Italia e nel mondo.

 

Foto: Pixabay

Nadia Comerci