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AMR e alimentazione sicura

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Tra le priorità da perseguire nel corso del semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea vi è anche la problematica relativa all’antibioticoresistenza (AMR), fenomeno che da anni è divenuto fonte di preoccupazioni a vari livelli. Questo viene sottolineato anche dal ministro della Salute, l’onorevole Beatrice Lorenzin, in una recente intervista, ove ha parlato Ridurre l’uso degli antibiotici, questo l’obiettivo da raggiungere. L’uso eccessivo e non corretto degli antibiotici è considerata la causa della crescita e della diffusione di microrganismi resistenti alla loro azione, con una conseguente perdita di efficacia delle terapie e gravi rischi per la salute pubblica. Per questo, la nostra Presidenza ha sostenuto la revisione dei Regolamenti sui farmaci per uso veterinario e sull’impiego di mangimi medicati negli allevamenti.

Di fatto nella nuova bozza del Regolamento sui medicinali veterinari è stata posta l’attenzione sulla questione dell’AMR e per combatterne lo sviluppo. Fra i diversi obblighi, è stato limitato negli animali l’uso di alcuni antimicrobici utilizzati per trattare le infezioni nell’uomo e sarà la Commissione Europea a dover definire le regole che ne escluderanno o limiteranno l’utilizzo in ambito veterinario. Gli antibiotici impiegati per trattare e prevenire le infezioni batteriche negli animali appartengono alle stesse classi degli antimicrobici utilizzati nell’uomo: macrolidi, tetracicline, chinoloni, betalattamici, aminoglicosidi. Recenti studi hanno sottolineato la possibilità di trasferimento di batteri resistenti e di geni di resistenza dagli animali all’uomo attraverso gli alimenti di origine animale. In particolare, tale resistenza è imputabile ai batteri zoonotici, cioè a quei microrganismi in grado di trasmettersi dagli animali all’uomo, quali , che rappresentano i principali patogeni a trasmissione alimentare. Secondo l’EFSA, è stata riscontrata fra i batteri testati una forte resistenza all’ampicillina, ai sulfonamidi e alla tetraciclina e da diversi Paesi è stata segnalata la resistenza ai fluorochinoloni, ai macrolidi o alle cefalosporine di terza generazione. A questi, vanno aggiunti nuovi ceppi batterici risultati resistenti a più classi di antibiotici, che in passato non avevano alcun legame con la trasmissione per via alimentare, quali Staphylococcus aureus Meticillino-Resistente (MRSA), che può essere trasmesso all’uomo attraverso il contatto con gli animali o l’ingestione di alimenti contaminati. Prevenire e controllare la trasmissione di questi patogeni alimentari, così come il continuo miglioramento delle misure igieniche applicate in tutte le fasi di produzione, può già rappresentare un valido mezzo per contrastare il fenomeno dell’antibioticoresistenza. Agendo a livello di ogni anello della catena alimentare si può controllare la diffusione di questi patogeni che hanno sviluppato la resistenza agli antibiotici, in modo tale da prevenire l’insorgenza di nuove forme di resistenza ai farmaci attualmente a disposizione del medico veterinario e la trasmissione di questi ‘super-batteri’ all’uomo. La resistenza agli antibiotici, trasmessa all’uomo attraverso gli alimenti di origine animale, può avvenire attraverso:

  • la trasmissione diretta con l’alimento prodotto da animali portatori di batteri resistenti, che possono colonizzare o infettare l’uomo dopo l’ingestione;
  • il trasferimento di resistenza con l’alimento contaminato da batteri resistenti durante le fasi di trasformazione;
  • l’ingestione di batteri resistenti presenti in prodotti freschi contaminati (es. nei prodotti dell’acquacoltura).

Un’aumentata possibilità di trasmettere l’antibioticoresistenza con gli alimenti è emersa dalla valutazione effettuata recentemente da un gruppo di esperti dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) sul rischio biologico. Dal gruppo di studio è risultato che le più frequenti patologie umane sono causate da ceppi resistenti e gli alimenti maggiormente interessati sono proprio le carni di pollo, di suino, di bovino e le uova. Certo, nell’allevamento, contesto ambientale squilibrato, il passaggio dei batteri antibiotico-resistenti dagli animali all’uomo è inevitabile e può avvenireper contatto, dall’animale all’allevatore e poi da uomo a uomo. Di fatto, secondo la britannica Soil Association, le probabilità che un allevatore di suini sia positivo al test per lo resistente a più antibiotici, sono 760 volte più alte rispetto al resto della popolazione. La contaminazione può avvenire attraverso l’ambiente, in quanto le particelle di deiezioni animali possono venire disperse/diffuse da veicoli come acqua, aria, mosche, scarafaggi e altri animali. Da ultimo, ma non perché meno importante, attraverso passaggi della catena alimentare Una fase estremamente critica è quella della macellazione, durante la quale il materiale fecale dell’animale, specialmente in fase di eviscerazione dell’intestino, può contaminare la carcassa. I primi a subirne le conseguenze sono gli addetti alla macellazione, poi tutti coloro che maneggiano le carcasse o loro parti lungo la catena distributiva fino ad arrivare alle massaie. Diversi studi hanno dimostrato che gli allevamenti intensivi potrebbero essere la causa principale della proliferazione di ceppi batterici resistenti. Infatti, le produzioni estremamente spinte e le condizioni ambientali in cui vengono tenuti gli animali in questo tipo di allevamenti, durante tutto il ciclo della loro vita, portano ad uno stato di salute che si potrebbe definire “border line” e facilitano la diffusione di malattie e infezioni, che richiedono spesso frequenti trattamenti terapeutici. La realizzazione di un buon sistema di biosicurezza, ossia misure utili a ridurre al minimo i rischi potenziali per l’ambiente e per la salute umana, assume un valore trasversale e costituisce la prima linea di difesa nei confronti delle principali malattie e rappresenta il fulcro della gestione del rischio a livello aziendaleIl corretto utilizzo degli antibiotici, inoltre, soprattutto negli animali da reddito, giustificato da una puntuale diagnosi a fronte di un antibiogramma, che rappresenta uno strumento essenziale per garantire che la molecola prescelta sia efficace per curare il soggetto malato, oltre a prevenire la presenza di residui negli alimenti, risulta indispensabile per garantire l’efficacia delle terapie e limitare lo sviluppo di germi antibioticoresistenti che potrebbero in seguito contaminare le derrate alimentari di origine animale. L’Unione europea è intervenuta emanando diversi provvedimenti legislativi atti a regolamentare l’uso dell’antibiotico in veterinaria, vietandone anche l’impiego come promotori di crescita e l’uso di farmaci contenenti i medesimi principi attivi utilizzati in medicina umana. La normativa europea ha previsto che ciascuno Stato membro metta in atto dei sistemi di monitoraggio finalizzati a ottenere dati comparabili relativi alla diffusione dell’antibioticoresistenza nei batteri zoonotici, che permettano di identificare tempestivamente situazioni particolarmente problematiche e di mettere in atto efficaci strategie d’intervento. In aggiunta, anche la conoscenza puntuale della tipologia e della quantità di antimicrobici che vengono utilizzati in ambito veterinario potrebbe permettere di valutare in maniera più efficace l’impatto dell’impiego di tali molecole nello sviluppo della resistenza sia negli animali che nell’uomo. Purtroppo i dati attualmente disponibili in merito all’utilizzo degli antimicrobici sono piuttosto lacunosi e l’attività di controllo non è sempre armonizzata e quindi non è facilmente comparabile, impedendo di delineare un quadro esaustivo della problematica. Per concludere, appare evidente che il monitoraggio del fenomeno è complesso, tuttavia deve essere ancora sviluppata una visione d’insieme sia nella medicina umana che nella medicina veterinaria relativa alla sorveglianza, all’uso dei farmaci, agli aspetti alimentari e alle azioni di controllo delle infezioni. Bisogna essere consapevoli che la resistenza antibiotica è insita nella natura dei batteri, strettamente legata al pangenoma microbico e non si può combattere con nuovi antibiotici sempre più aggressivi e potenti, bensì usando antibiotici già noti con responsabilità e prevenendo le infezioni, sia attraverso l’implementazione di strategie già note che ricercando nuovi approcci preventivi.

 

Foto: Unsplash

Filomena Bifulco