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Biotecnologie e agricoltura in Italia

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L’Italia importa semi geneticamente modificati, ma non può seminarli. Gli Italiani mangiano cibo geneticamente modificato, ma non possono coltivarlo. E’ questa la situazione di stallo in cui il Bel Paese è precipitato dopo anni di opposizione politica all’introduzione delle piante ingegnerizzate in agricoltura: da un lato, l’applicazione dell’agrobiotech sviluppato nei laboratori viene aspramente osteggiato – lo dimostra la recente distruzione dei campi sperimentali dell’Università della Tuscia di Viterbo -, dall’altro è impensabile soddisfare i fabbisogni senza ricorrere all’importazione di materiale geneticamente modificato. Ne abbiamo parlato con Antonio Michele Stanca, presidente del Comitato Esecutivo dell’Unasa, l’Unione Nazionale delle Accademie italiane per le scienze applicate allo sviluppo dell’agricoltura.

 

Professor Stanca, la ricerca italiana nel campo delle biotecnologie applicate all’agricoltura sembra ferma al palo: cosa significa questo in termini di perdita di innovazione e sviluppo per le università, i centri di ricerca e gli studenti italiani?

Quando si parla di biotech si parla di un settore che si divide in due. Da un lato ci sono le biotecnologie applicate ai marcatori molecolari usati in campo medico e biotecnologico. Nelle piante sono molto importanti perché hanno permesso lo sviluppo della MAS, la selezione assistita con marcatori molecolari. Si possono usare anche per tracciare l’origine di tutti gli alimenti che mangiano sia l’uomo, sia gli animali. Le piante selezionate con la MAS sono già coltivate in Italia.

Dall’altra parte c’è il biotech utilizzato per sviluppare piante geneticamente modificate e qualunque altro ogm (inclusi quelli per produrre l’insulina). Siamo già passati dalle piante geneticamente modificate di prima generazione a quelle di seconda generazione e già si parla di cisgenesi, cioè dell’introduzione di Dna di una specie nella stessa specie con una tecnologia che ci permette di seguire questi geni sia come numero di copie, sia come posizione. Infine c’è il grafting, una metodologia che permette di ingegnerizzare il portainnesto senza modificare geneticamente la parte che produrrà i frutti. Anche da questo punto di vista esistono realtà molto ben inserite a livello internazionale. Quello che manca è, però, la messa in pratica.

Se, ad esempio, ho scoperto che un gene conferisce alla pianta una resistenza devo verificarlo in campo. Noi siamo al palo per la validazione delle piante geneticamente modificate, perché benché ci siano tutti i dossier favorevoli non abbiamo ancora il permesso di validare i nuovi prodotti in campi ben controllati.

 

Qual era e qual è adesso il peso specifico della ricerca italiana in questo ambito? Quanto tempo si è perso e cosa si può fare per rimediare?

Su alcune specie il contributo è notevole, ad esempio nel sequenziamento del genoma di vite, del pomodoro, della patata, dell’orzo, del frumento, del carciofo, della melanzana, ma nonostante il contributo notevole alla MAS, alle piante geneticamente modificate e al sequenziamento, non possiamo validare i risultati ottenuti.

Per rimediare si dovrebbe attivare in Italia un sistema biotech di integrazione tra ricerca e privati, che devono essere fatti crescere per poter competere. Assalzoo dovrebbe partecipare a questa scommessa: la soia che consuma è per l’80% soia geneticamente modificata e mentre fino al 2007-2008 l’Italia era autosufficiente per il mais, ora 20 milioni di quintali vengono importati. Per farlo andiamo negli Stati Uniti e dal 30 al 40% di questo mais è geneticamente modificato.

 

E, intanto, nel resto del mondo, cosa accade?

Nel 2011 sono stati coltivati a ogm 160 milioni di ettari e per il 2012 si stima un aumento del 10%. Prevalentemente sono 5 le specie coltivate. Sono resistenti a erbicidi, alla piralide e alla siccità e, per scopi industriali, la patata amflora contenente solo amilopectina. Le specie coltivate ufficialmente sono la canna da zucchero, la canola, il cotone, la soia e il mais, almeno negli Stati Uniti, ma in India, ad esempio, ci sono anche la melanzana, il riso, la mela. Fra le non ufficiali ci sono anche l’anguria, il melone, l’arancio, la rosa, che sono pronte per esplodere.

 

Pensa che stia mutando qualcosa a livello globale nei confronti degli organismi geneticamente modificati?

Nuovi paesi continuano a introdurre piante geneticamente modificate. Dai soli Stati Uniti siamo passati a 17 Paesi che hanno una statistica ogm, con una superficie variabile tra i 5-600 mila ettari e i 160 milioni di ettari degli Stati Uniti.

Nel 2010 la superficie coltivata ad ogm nei paesi sviluppati è stata raggiunta da quella nei paesi in via di sviluppo, che fino al 2006-2007 non avevano soldi per comprare le sementi, ma dove dal 2007 il loro uso si è impennato in modo vertiginoso. Non è vero che nei paesi in via di sviluppo gli ogm stanno turbando l’equilibrio.

 

Il dibattito sulla tipicità del made in Italy, potrebbe davvero essere messo in difficoltà dall’uso di nuove tecniche verdi?

Le biotecnologie rappresentano l’unica strategia sicura per salvaguardare il Made in Italy: solo con la MAS è possibile garantire l’origine del prodotto. E il biotech non compromette nella maniera più assoluta la biodiversità: una sola modificazione non fa cambiare tutto e l’ogm deve adattarsi alle diverse aree geografiche, perché rimane valida l’interazione tra genotipo e ambiente.

 

Lei è il presidente del Comitato Esecutivo dell’Unasa, l’Unione Nazionale delle Accademie italiane per le scienze applicate allo sviluppo dell’agricoltura: quali sono gli scopi di questa istituzione?

L’Unasa è impegnata a fornire pareri ai pubblici poteri e a collaborare alla elaborazione di piani strategici nazionali basati su didattica, ricerca, formazione e divulgazione. Rappresenta l’Italia a livello internazionale attraverso la UEAA, l’Union of European Academies for Science Applied to Agriculture, Food and Nature.

Il motto italiano è “science for farming”: vogliamo utilizzare la scienza per produrre cibo a sufficienza per tutti nel pianeta, migliorando la qualità della vita e rispettando rigorosamente le regole agronomiche per lasciare alle generazioni future un ambiente migliorato.

 

Foto: Pixabay

Silvia Soligon