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Veronesi, “la ricerca in agricoltura va intensificata”

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“La ricerca in agricoltura va intensificata perché nel 2050 si ipotizza che la popolazione mondiale arriverà a 9 miliardi e quindi ci sarà bisogno di maggior quantità di alimenti per sfamare l’Umanità”. Sono queste le parole con cui Giordano Veronesi, principale produttore di mangimi in Italia, ha sottolineato l’importanza dell’uso delle biotecnologie nel settore agricolo durante l’incontro Biotecnologie avanzate in agricolturasvoltosi lo scorso 4 dicembre all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. “Non possiamo più sopportare – ha sottolineato Veronesi – di vedere preclusa la sperimentazione in campo di colture che nelle serre delle facoltà universitarie di Agraria e di Biotecnologia promettono grandi risultati che tornerebbero a vantaggio di tutti noi”.

 

A dettare l’esigenza di nuove tecnologie è il drammatico cambiamento di cui è protagonista l’agricoltura mondiale. Come ha spiegato Veronesi, “siamo passati dagli anni ’80 in cui i problemi dell’Europa erano quelli delle eccedenze di prodotti alimentari ai nuovi che sono quelli della scarsità di materie prime alimentari per l’alimentazione umana e anche per le grandi filiere zootecniche”. La scarsità dei raccolti, causata da fattori climatici che hanno danneggiato gravemente le coltivazioni sia in Europa che nel resto dell’emisfero settentrionale, si è tradotta in un’esplosione dei pressi delle materie prime a base di cereali e di proteine vegetali.

 

Emblematico per l’Italia è il caso del mais, i cui raccolti si sono ridotti del 30% a causa della siccità che ha caratterizzato gli scorsi mesi estivi. Come se non bastasse, la qualità del granoturco è stata gravemente compromessa dalla contaminazione da micotossine, che rendono il raccolto inutilizzabile sia per l’alimentazione umana che per quella animale. In termini pratici, ha spiegato Veronesi, ciò ha fatto sì che “in pieno raccolto del mais il nostro Paese ha dovuto far ricorso a importazioni da paesi come l’Ucraina che avevano garantito la qualità di questo cereale utilizzabile senza problemi di sorta”. Nel 2011 la situazione non è stata migliore e per coprire i suoi fabbisogni l’Italia ha dovuto importare 11 milioni di tonnellate di cereali, a fronte di una produzione nazionale di 17,3 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda, invece, i semi oleosi e le farine proteiche, nello stesso anno l’Italia ne ha prodotte 1,2 milioni di tonnellate e ne ha importate 4,3 milioni.

 

Attualmente la disponibilità mondiale di materie prime proteiche dipende dai tre più grandi produttori – Stati Uniti, Brasile ed Argentina -, dove, peraltro, quasi tutta la soia è geneticamente modificata e dove c’è una ricerca continua finalizzata ad aumentare le produzioni, la sostenibilità dell’agricoltura e la qualità dei prodotti. Tuttavia, anche la soluzione offerta dalle importazioni nasconde delle insidie. Può capitare, com’è già successo in altre occasione, che i Paesi esteri decidano di limitare le esportazioni. Non solo, i costi dell’importazione non sono convenienti, mettono in serie difficoltà le filiere dell’allevamento. “Solo nel settore avicolo le nostre produzioni di carni e uova coprono i consumi – ha sottolineato Veronesi -. Mentre per quanto attiene alle carni bovine la nostra autosufficienza arriva solo al 75%, per le suine al 65% e pure per il settore lattiero caseario si arriva al 60% e quindi per questi prodotti la nostra importazione è assai rilevante”. Non bisogna, poi, dimenticare che l’aumento dei costi di produzione ha inevitabili ripercussioni sui prezzi dei prodotti finiti, come carne, latte e uova.

 

Secondo Veronesi la vera soluzione è nascosta nell’innovazione. “Tutte le tecniche per migliorare l’efficienza e l’efficacia produttiva dei raccolti devono essere messe in atto: nuove sementi, innovazione continua dei processi produttivi, con la ricerca del massimo risultato con la migliore sostenibilità. Nel nostro Paese siamo tanto deficitari di quasi tutti i prodotti dell’alimentazione, sia di origine vegetale che animale, che dobbiamo una volta per tutte abbandonare i sogni di una nuova Arcadia con produzioni autarchiche”.

 

Foto: Pixabay

Silvia Soligon