• Ivano Vacondio (Italmopa): “La produzione italiana saprà adeguarsi alla domanda industriale. Esistono esempi virtuosi che generano ottimismo”

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    Vacondio

    La vita di Italmopa è interconnessa a quella del cereale che ha cambiato la storia dell’umanità: il grano. In che condizioni si trova la produzione italiana di questa fondamentale materia prima alimentare?
    La produzione nazionale sia nel comparto del frumento tenero, sia in quello del frumento duro rimane purtroppo largamente – ma anche tradizionalmente - deficitaria rispetto alle esigenze quantitative dell’Industria molitoria. E pertanto siamo ormai nell’obbligo di importare, mediamente, oltre il 60 percento del nostro fabbisogno in  frumento tenero e circa il 50 percento per quanto concerne il frumento duro. E’ inoltre difficile poter prevedere, nel medio periodo, una possibile inversione di rotta circa i livelli produttivi dei raccolti nazionali. 
    E’ comunque opportuno precisare che le importazioni rispondono anche a esigenze di natura qualitativa. Alcune tipologie di frumento, penso in particolare al frumento tenero di forza o al frumento duro ad alto tenore proteico, devono necessariamente essere oggetto di importazione non essendo, purtroppo, la produzione italiana - per motivi anche di natura organizzativa - in grado di rispondere alle esigenze qualitative dell’Industria. Tuttavia, circa questo aspetto, rimango profondamente convinto che la produzione italiana saprà adeguarsi alla domanda. Esistono già, e si stanno moltiplicando, esempi virtuosi che ci consentono di nutrire un moderato ottimismo.
     
    Negli anni scorsi ci sono stati grandi oscillazioni di prezzo delle materie prime agricole, dovute in molti casi a una finanziarizzazione del comparto. Continua a essere un pericolo reale nel commercio mondiale o si sono prese le contromosse?
    Ritengo che gli elementi strutturali alla base delle 2 crisi verificatesi negli ultimi 10 anni – ovvero l’aleatorietà dei livelli dell’offerta a fronte di un trend dei consumi in costante crescita – permangono invariati e non consentono quindi di  archiviare la necessità che siano adottate opportune politiche che pongano inequivocabilmente la sicurezza alimentare – intesa come capacità di assicurare livelli produttivi adeguati alle esigenze di un consumo in costante incremento – al centro delle nostre attenzioni.
    Certamente, le produzioni cerealicole record registrate nel corso degli ultimi anni hanno consentito una ricostituzione delle scorte, ma dobbiamo, responsabilmente, prevedere e anticipare possibili futuri scenari, di natura produttiva o geopolitica, meno tranquilli rispetto a quelli attuali. E ritengo che sia doveroso ribadire chiaramente - sia alle competenti amministrazioni nazionali, sia alle istituzioni comunitarie -  la necessità di introdurre appositi strumenti di gestione dei mercati,  progressivamente smantellati in un contesto di liberalizzazione della Politica Agricola Comune, in grado di limitare l’impatto sull’industria di trasformazione e, di conseguenza, sui consumatori finali di eventuali squilibri tra offerta e domanda.
    Una situazione, questa, che rischia di penalizzare, in particolare, le industrie di trasformazione di quei Paesi – quali l’Italia - che risultano essere largamente deficitarie in alcune materie prime di rilevanza strategica e che potrebbero pertanto essere confrontate a gravi difficoltà nel caso, non ipotetico, di un nuovo forte squilibrio, a livello internazionale, tra offerta e domanda di materia prima.
     
    Italmopa è una realtà che si fonda sull’industria di trasformazione, che risente quindi tanto degli effetti relativi al mercato delle materie prime, quanto di quelli conseguenti all’andamento dei consumi. Dal vostro osservatorio, il peggio della crisi è superato?
    L’andamento del settore molitorio è fortemente legato all’andamento del consumo dei prodotti a valle – essenzialmente pane e pasta – il quale, notoriamente, e in virtù della natura dei prodotti stessi che sono alla base della nostra alimentazione, risulta essere meno dipendente, rispetto ad altri prodotti, siano essi alimentari o meno, dall’andamento dell’economia interna.
    Detto questo, la debolezza dei consumi interni nel corso degli ultimi anni non ha risparmiato il nostro comparto. Esso ha certamente motivi economici, ma anche origini culturali con la riduzione – anche per via di una disinformazione irresponsabile che ha orientato negativamente le scelte dei consumatori – del consumo di carboidrati. Cosi, in meno di 30 anni, il consumo del pane in Italia si è dimezzato e anche il consumo della pasta ha registrato, nel corso degli ultimi anni, una piccola ma costante contrazione. Fortunatamente, per il nostro comparto, il trend positivo delle esportazioni ha contribuito a controbilanciare, seppur solo parzialmente, l’andamento negativo dei consumi interni.
    La crisi dei consumi interni si potrà certamente superare. E per raggiungere questo obiettivo, sarà necessario sviluppare, anche da parte dell’Associazione che presiedo, efficaci azioni di comunicazione e di informazione nei riguardi dei consumatori.
     
    Quali sono i prodotti su cui si orienta la produzione? E il mercato estero rappresenta un rischio o un’opportunità dalla quale non si può prescindere?
    Le esportazioni rappresentano, per il nostro comparto ma anche per i settori a valle dell’industria molitoria, un’enorme opportunità e uno sbocco di primaria rilevanza per ovviare all’andamento non certo positivo del mercato interno. Non intendo ovviamente soffermarmi sulle esportazioni di prodotti dolciari o di pasta alimentare che esulano dalla mia competenza. Nel comparto molitorio invece, le esportazioni risultano essere ancora marginali dopo i fasti degli anni 80. A titolo esemplificativo, le esportazioni nel comparto della farine di frumento tenero rappresentano solo il 4 – 5 % della produzione nazionale. Ma questo trend è in crescita e soprattutto offre dei margini di redditività significativamente superiori a quelli riscontrati sul mercato interno, penalizzato da una sovracapacità produttiva e da una forte concorrenza tra operatori del settore.
     
    La filiera agroalimentare italiana è un pezzo importante dell’economia nazionale ed è composta da molte realtà produttive, spesso non integrate tra loro. Quali sono, secondo lei, i pericoli insiti da un settore che, ancor oggi, continua a muoversi in ordine sparso?
    Quello che maggiormente mi preoccupa è l’insufficiente rafforzamento e sviluppo di un dialogo costruttivo tra i principali attori della filiera - nella fattispecie della filiera frumento - che ponga termine alla concezione arcaica di rapporti tradizionalmente impregnati di sterile conflittualità.  La ricerca spasmodica, da parte di alcuni attori, di visibilità e di consensi attraverso un’azione di comunicazione invasiva e spesso inopportuna risponde a logiche sindacali, ma non all’interesse della filiera e degli attori che la compongono. Questo, a mio parere, è la principale criticità e il principale ostacolo all’individuazione di soluzioni alle numerose criticità che affliggono le varie filiere.
     
    Una maggiore coesione nella consapevolezza della filiera, si parla ad esempio di una creazione del “ministero dell’agroalimentare”, sarebbe auspicabile? Quali sarebbe le azioni da mettere in pratica e i più evidenti vantaggi che ne scaturirebbero?
    Al di là dei nomi, è opportuno cambiare la sostanza. E sarebbe certamente auspicabile che il nuovo ministero dell’agroalimentare prestasse la dovuta attenzione alle esigenze dell’industria alimentare e, in particolare, dell’industria della prima trasformazione per i suoi indissolubili legami con il settore primario. Un’attenzione che non trova la sua sola giustificazione nella valenza socioeconomica dell’industria agroalimentare italiana ma anche perché le sue eccellenze sono il simbolo del nostro paese all’estero.

    Salvatore Patriarca 21-03-2016 Tag: granocerealiitalmopamaterie primemangimiagroalimentare
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