• Perché consumiamo i prodotti degli animali?

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    Seguo con una certa preoccupazione il dibattito (unilaterale) che si sta sviluppando sulla stampa nazionale relativamente al problema del consumo di prodotti di origine animale. Nel rispetto profondo delle opinioni dei vegetariani-vegani (molte delle quali da me condivise), cerco di formulare un parere, su basi scientifiche, che cerchi di contribuire alla dimostrazione dell’utilità dell’allevamento degli animali ai fini del consumo dei loro prodotti, ma non solo.

    Il consumo di proteine di origine animale è quasi sicuramente la base del nostro essere uomini, rappresenta una scelta obbligata per vasti strati della popolazione umana (di solito residenti in territori difficili sotto l’aspetto ambientale), costituisce una chiave di successo evolutivo di alcune specie nostre partner e contribuisce al mantenimento del l’equilibrio di ecosistemi particolarmente fragili e del paesaggio rurale.

      I riscontri dei paleoantropologi ci dicono che gli ominini* si evolvono da specie che si nutrivano quasi esclusivamente di foglie e bacche acerbe (le australopitecine, vissute circa 4 milioni di anni fa). L’uomo moderno (Homo sapiens sapiens) conserva la memoria di questa prevalenza alimentare con un tratto dell’intestino (il colon) che è deputato alla fermentazione della fibra, non digeribile dai succhi gastrici, di cui i vegetali sono ricchi. Ma se noi oggi tentassimo di nutrirci con gli alimenti selezionati in natura da un nostro cugino, lo scimpanzé, scopriremmo che il tempo dedicato alla masticazione è enorme (6-8 ore), che i denti e i muscoli sono inadeguati e che i frutti sono troppo acerbi per piacerci. Cosa è cambiato? L’uomo ha una massa celebrale circa doppia di quella degli altri mammiferi, se raffrontata al peso corporeo. Ciò significa che l’uomo ha il cervello (che consuma circa il 25% dell’energia spesa giornalmente da un adulto è fino al 75% da un neonato) costantemente affamato e che pertanto deve nutrirsi di alimenti di alta digeribilità e di valore biologico superiore a quello delle foglie e dei frutti acerbi. E così, circa un paio di milioni di anni fa, l’Homo abilis inizia ad intensificare i suoi consumi di insetti, vermi, molluschi e piccoli animali. Pur non avendo una dentatura da carnivoro, la scoperta del fuoco lo mette in condizioni di consumare animali di grossa taglia e, così, si organizza per cacciarli dando vita ad un vantaggio evolutivo dei gruppi di ominini meglio organizzati e in grado di trasmettere anche oralmente tale prerogativa. Il risultato è stato che le popolazioni neolitiche attuali (con culture cioè allo stadio preagricolo) sono cacciatrici e includono nella loro dieta una quota >50% di proteine di origine animale. La traccia evidente del nostro adattamento evolutivo al consumo di carne è stata riportata recentemente da Caleb Finch, della University of Southern California di Los Angeles, che ha riscontrato che la longevità della specie umana rispetto agli scimpanzé è dovuta all’espressione di geni derivanti dalla pressione selettiva per il consumo di carne.
    1. In vaste aree del pianeta l’unica pratica agricola è l’allevamento. Popolazioni quali gli Hinuit, i Masai, i Lapponi, gli Indios andini e gli indigeni Himalayani, sopravvivono ad un ambiente totalmente ostile grazie all’interfaccia degli animali, di solito erbivori ruminanti, che riescono a ricavare nutrimenti da nicchie alimentari assolutamente non utili per l’uomo. Questi popoli ricavano più del 90% del loro fabbisogno giornaliero di energia dai prodotti animali, senza mostrare il minimo segno delle malattie che affliggono noi occidentali. E’ stata la “modernizzazione” forzata della loro dieta, viceversa, che li ha portati a scompensi metabolici gravi e nei casi estremi (si pensi all’alcool, prodotto “vegetale”) alla totale disgregazione e alla perdita delle culture tradizionali.
    2. L’agricoltura è intervenuta nella storia dell’uomo solo recentemente: a fronte di una evoluzione iniziata circa 4 milioni di anni fa, i processi di domesticazione di piante e animali sono iniziati solo 10 mila anni or sono. Oltre il 70% delle calorie ingerite giornalmente dall’uomo moderno derivano da alimenti che semplicemente non esistevano per l’uomo neolitico. Delle circa 300.000 generazioni che ci hanno reso ciò che siamo, soltanto 400 hanno conosciuto l’agricoltura, troppo poche per una adattamento complessivo del nostro genoma a questa nicchia alimentare artificiale. Tuttavia, il volume celebrale che era cresciuto esponenzialmente al trascorrere dell’evoluzione dell’uomo, ha mostrato una tendenza alla riduzione dell’8% in coincidenza con la scoperta dell’agricoltura. La straordinaria varietà di razze animali, testimonia del successo evolutivo delle pochissime specie selvatiche da cui l’uomo le ha ricavate. Darwin stesso assume quale analogia fondamentale per il suo libro in cui illustra i fondamenti della sua teoria, l’Origine delle Specie, il lavoro di selezione che gli allevatori inglesi avevano prodotto nei due secoli precedenti. Senza la domesticazione, l’allevamento e la selezione, queste specie sarebbero state estinte o a rischio di estinzione, come si è verificato per la megafauna pleistocenica molto probabilmente scomparsa sotto la pressione di caccia esercitata dall’Homo sapiens nella fase successiva alla sua espansione fuori dall’Africa.
    3. I sistemi di allevamento industrializzati mettono a dura prova il benessere degli animali. Questo è vero soltanto nei casi di allevatori poco scrupolosi, ma è anche una vecchia storia che riguarda il lavoro umano. Il progresso verso sistemi di allevamento, seppure intensivi, più attenti al il rispetto del benessere animale sono al centro delle politiche zootecniche dell’Unione Europea. I ricercatori nelle scienze animali hanno accumulato una grande mole di dati sperimentali in grado di guidare efficacemente gli allevatori verso l’adozione di forme in cui il dolore degli animali sia totalmente bandito e il loro benessere sia salvaguardato in qualsiasi condizione di allevamento. Senza cadere in un ragionamento “marginale”, si può tuttavia affermare che il movimento per il benessere degli animali dovrebbe viaggiare nella coscienza collettiva a pari passo con quelli che richiedono comportamenti altrettanto etici per gli uomini impegnati in attività lavorative, soprattutto quando tali problemi non si producono esattamente sotto l’uscio di casa.
    4. Gli animali zootecnici arredano il paesaggio e rendono ecologicamente sostenibili alcuni biotopi. La scomparsa delle pecore dagli Appennini sta generando la regressione botanica in aree paesaggisticamente sensibili con la scomparsa, o semplificazione cromatica, delle fiorite primaverili, l’abbandono delle malghe sta impoverendo lo spettro botanico (e la pedonabilità) di vasti territori alpini, la riduzione del patrimonio di pascolanti nel meridione e nelle isole sta conducendo alla semplificazione del mosaico paesaggistico tipico di queste regioni. L’impatto negativo dei processi zootecnici intensivi sull’ambiente, a causa dei gas ad effetto serra emessi dagli animali, è reale e va drasticamente ridotto. Tuttavia, le stime che circolano sono il frutto di una contabilità imprecisa, che tiene conto per due-tre volte della stessa fonte di emissione. La restituzione di vaste aree del pianeta alla foresta, non sembrerebbe sufficiente ad eliminare il problema, anche a fronte dell’impossibilità pratica di arginare l’aumento esponenziale degli incendi disastrosi causati , primo fra tutti, dall’accumulo di biomassa combustibile non più consumata dagli erbivori.

    L’intensificazione dei processi di produzione zootecnica è cosa diversa dall’industrializzazione dell’allevamento animale. Possiamo e dobbiamo produrre di più e meglio per unità allevata, ottenere un prodotto esente da inquinamenti o da sostanze potenzialmente nocive per la nostra salute e dotato di caratteristiche organolettiche e nutrizionali di eccellenza, salvaguardare il benessere degli animali con interventi decisi e fortemente punitivi nei confronti di coloro che infrangono le norme e l’etica dell’allevatore. Dobbiamo infine sacrificare gli animali con profondo rispetto, sulla base di quanto le nostre culture ci tramandano e che ci hanno reso e rendono ciò che siamo.

    *Il termine ominidi è stato recentemente soppiantato da quello di ominini che racchiude le specie affini all’homo, ma che hanno rappresentato rami evolutivi laterali ed estinti (ad es., Parantropus boisei).

     

     

    Giuseppe Pulina - professore ordinario di Zootecnica Speciale presso l’Università di Sassari e vicepresidente dell’Associazione Italiana per la Scienza e le Produzioni Animali (ASPA) 04-03-2011 Tag: proteinevegetarianiprodotti origine animale
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