• Genome editing, Lipparini (Assosementi): “Con il blocco alla ricerca Italia indietro di dieci anni”

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    Foto di lipparini

    Nel campo della ricerca e dell’innovazione per lo sviluppo del settore agroalimentare l’Italia è al palo e rischia di rimanerci ancora a lungo dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha uniformato gli organismi ottenuti utilizzando le New breeding techniques agli OGM. Il ritardo nei confronti degli altri Paesi rischia dunque di diventare ancora più forte di quanto già non sia. Chi utilizza le nuove tecnologie potrà infatti ottenere velocemente, nel giro di pochi anni e a costi contenuti, delle nuove varietà di colture, per esempio con una resa maggiore o più resistenti ai parassiti.
    In questo modo il vantaggio competitivo nei confronti dei Paesi che non hanno libero accesso alla tecnologia più moderna sarà accresciuto. Ad esempio l’Italia, che già “ha perso la sua scommessa contro l’innovazione aggravando i problemi della sua agricoltura”, come si legge nel manifesto “Prima i geni” promosso nel 2017 dalla Siga, la Società italiana di Genetica agraria, con il patrocinio della Fisv, Federazione italiana Scienze della vita, e del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea).
    Tra i sostenitori del documento a favore del genome editing c’è anche Assosementi, l’Associazione italiana sementi: “È un manifesto che abbiamo condiviso e supportato sin dalla sua presentazione. Chiaramente sosteniamo l’utilità del genome editing, così come delle altre New breeding techniques (Nbt) che non prevedono un trasferimento in maniera stabile di Dna estraneo”, sottolinea il segretario dell’associazione Alberto Lipparini.

    Un duro colpo alla competitività delle imprese
    Gli estensori del manifesto, reso pubblico prima della sentenza dei giudici europei, auspicavano una regolamentazione favorevole del genome editing tale da mantenere questa tecnologia alla portata di tutti. Il rischio ora è che resti appannaggio solo di alcuni Stati e che i Paesi europei restino fermi a lungo: “Utilizzando solo incroci e selezione tradizionale, per ottenere dei prodotti commerciabili sono necessari da 5-7 anni a 10-12 anni a seconda della specie considerata, con tempi più lunghi ovviamente per le specie con ciclo riproduttivo biennale. Con il genome editing, invece, già nel giro di 3-4 anni si può disporre di nuove varietà pronte per il mercato. Ecco perché, se si dovesse aprire a questa tecnologia, i vantaggi sarebbero disponibili nel breve periodo, con alcuni prodotti resi commerciabili immediatamente”, avverte Lipparini.
    Il fattore tempo è un elemento di primaria importanza, basti pensare al fenomeno della resistenza ai parassiti, un aspetto su cui le Nbt trovano ampia applicazione: “Gli agenti patogeni che aggrediscono le colture sono in continua evoluzione e con la tecnologia tradizionale, a differenza di quella di ultima generazione, ci vogliono più anni per ottenere colture resistenti. Pertanto non si riesce a intervenire tempestivamente per bloccare i parassiti”.
    Senza grosse novità in campo legislativo, il ritardo cui l’Italia e gli altri Paesi europei sono condannati sarebbe dunque enorme, con un danno notevole alle aziende del settore sementiero e ricadute sull’intera filiera agroalimentare. Sarebbero penalizzate anche le piccole e medie imprese, come spiega il segretario di Assosementi: “Alcune Nbt come il genome editing possono essere utilizzate anche dalle aziende di minori dimensioni. Si tratta infatti di tecnologie accessibili a tutti e non solo alle grandi aziende come è successo nei decenni scorsi per gli OGM”.

    Meno ricerca e meno investimenti
    Le conseguenze di questo gap competitivo tra l’Europa e gli altri Stati saranno visibili già nel breve periodo: “Saranno avvantaggiati quei Paesi più aperti nei confronti del genome editing. Fuori dai confini comunitari ad esempio la Cina è sicuramente uno dei più competitivi. Dal momento che gli organismi ottenuti con le Nbt, a differenza degli OGM, non possono essere distinti da quelli classici, ecco che i prodotti ottenuti da Nbt in questi Paesi potranno agevolmente conquistare nuovi mercati, mentre noi saremo legati ancora alle metodiche tradizionali di miglioramento genetico più lente e più costose”.
    I lacci legislativi all’utilizzo delle Nbt interessano non solo il settore sementiero privato - “un comparto che in Europa è secondo solo alla Francia e che produce anche per Paesi terzi, in particolare in Asia”, aggiunge Lipparini - ma anche quello pubblico: “Quella dell’ex ministro Martina, con la promessa di destinare più fondi al genome editing, rimane solo una piccola apertura per una classe di ricercatori altamente specializzati e attivi anche in team internazionali. È importante, e vantaggioso, che si faccia invece ricerca in Italia per sviluppare colture adatte al suo territorio”. Il genome editing è “una tecnologia semplice, economica, accessibile a tutti. Per questo sembra fatta su misura per la nostra agricoltura, che è ricca di varietà tipiche, colture di nicchia e piccole imprese”, si legge nell’appello che accompagna “Prima i geni”.
    Ma, oltre ai fondi, per fare ricerca serve anche certezza normativa: “È complicato investire se la direttiva 2001/18 sugli OGM varrà anche per le Nbt: i costi lieviteranno e gli investimenti non saranno né sicuri né remunerativi. L’auspicio - conclude Lipparini - è che venga riconsiderata la legislazione”.

    Vito Miraglia 21-11-2019 Tag: genome editingricercaagroalimentareogmassosementi
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