• Salvador (Api): “Tracciabilità più rigorosa e meno burocrazia per l’espansione dell’acquacoltura italiana”

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    L’acquacoltura italiana è un settore zootecnico in costante crescita. I suoi margini di sviluppo sono ancora ampi e bisogna puntare su un ulteriore incremento della domanda interna e sulla sicurezza per cercare di aumentare i consumi di pesce italiano e contenere le importazioni che ormai superano l’80% dei prodotti consumati. Mangimi&Alimenti ne parla con Pier Antonio Salvador, presidente dell’Associazione Piscicoltori Italiani.

    Se dovessimo fare una fotografia della situazione della piscicoltura italiana quali sarebbero i tratti essenziali da evidenziare, punti di forza e debolezza? 

    Gli acquacoltori italiani allevano specie che rappresentano delle eccellenze: da spigola e orata all’anguilla, dalla trota alla carpa fino agli storioni e ai pesci di mare. Il nostro Paese è stato tra i pionieri in questo settore e gli allevatori hanno maturato molta esperienza negli anni. Queste sono sicuramente le caratteristiche principali della piscicoltura italiana che, purtroppo, deve scontrarsi con il grande ostacolo della burocrazia. Questa rappresenta un costo ulteriore che si aggiunge ai costi di lavoro e a quelli che esige anche la garanzia della sostenibilità che gli allevatori sopportano quotidianamente.  

    Quali sono i numeri della produzione di pesce in Italia?  

    In totale la piscicoltura italiana ha prodotto nel 2018 62.300 tonnellate di pesce per un valore complessivo di 300 milioni di euro. Con 37.500 tonnellate e 120 milioni di euro di valore è la trota il pesce principale nella nostra acquacoltura. Seguono l’orata (9.700 tonnellate), la spigola (7.300 tonnellate) e i cefali (2500 tonnellate). Negli ultimi anni la produzione si è mantenuta su livelli abbastanza stabili, con delle variazioni per le singole specie: ad esempio la trota ha perso un po’ di terreno mentre si è consolidata la produzione di spigola e orata. In particolare queste due specie di pesce d’allevamento rappresentano la quasi totalità del pesce disponibile dal momento che solo il 2%-3% delle spigole e delle orate che mangiamo è stato pescato. La produzione interna dell’acquacoltura non è però in grado di coprire l’aumento del consumo pro-capite di pesce (che include ormai anche i dati del consumo del pesce in scatola) e quindi le importazioni sono ancora a livelli molto elevati.  

    C’è sempre maggiore richiesta di pesce in quanto alimento dalle qualità nutrizionali benefiche per il consumatore. Nella situazione attuale si riesce a soddisfare a pieno le sue richieste? 

    L’acquacoltura italiana non è completamente in grado di rispondere alle richieste dei consumatori. Purtroppo il settore è trattenuto dalla burocrazia che ne rallenta la crescita. Inoltre il settore è ancora troppo legato all’idea di produzione: oltre a produrre semplicemente, bisogna fornire una maggiore quantità di prodotto trasformato. In questo modo il settore può far fronte a una richiesta che arriva principalmente dalle nuove generazioni che non si accontentano del pesce così come esce dagli impianti di allevamento. Le fasce più giovani di consumatori, ad esempio, tendono a consumare di più il pesce eviscerato. Meno il prodotto somiglia al pesce tal quale, più sarà facile che finisca nel loro piatto. È una situazione di stallo che potrà essere sopportata ancora per alcuni anni ma che dovrà essere superata. Inoltre, per crescere, gli acquacoltori devono provare a diversificare i prodotti, a offrire nuove tipologie di pesce. Questa è una ipoteca per il successo come dimostra il caso del salmerino di fonte, un pesce d’acqua dolce che sta conquistando sempre più spazio nel mercato ittico. Infine, dovremmo cercare di far entrare i nostri prodotti nelle mense scolastiche: il modo migliore per fare pubblicità al pesce d’acquacoltura italiano. 

    Quale può essere una strategia per incrementare i livelli di autosufficienza europea e italiana per far sì che in tavola arrivi sempre di più un prodotto certificato e sicuro? 

    La sfida che bisogna vincere è quella della tracciabilità dei prodotti. Bisogna far rispettare le normative stringenti in materia per fornire informazioni essenziali come il metodo di produzione e il Paese di origine del pesce allevato, che sia membro Ue o Paese terzo. Spesso, infatti, sono immessi nel mercato domestico prodotti con etichette che non rispondono a questi principi. Ma l’ambito di applicazione della tracciabilità deve essere allargato: gli obblighi non devono interessare solo le pescherie e i reparti dei supermercati ma anche le mense, pubbliche e private, e i ristoranti, ovvero i luoghi fuori casa dove si consuma circa la metà del prodotto ittico totale. Sui menù il consumatore deve poter leggere da dove proviene il pesce, dove è stato allevato e quando è stato pescato. Solo in questo modo possiamo guadagnarci completamente la fiducia dei consumatori e dar loro una piena opportunità di scelta, grazie a etichette semplici ed efficaci. Lo Stato, infine, deve essere rigoroso nei controlli e riprendere in mano i suoi poteri. Ad esempio sul fronte delle certificazioni per le quali lo Stato ha delegato al privato la certificazione della qualità dei prodotti. Devo poter mangiare pesce italiano, sano, buono e sicuro perché italiano e allevato secondo le regole vigenti e non solo perché è un prodotto certificato.  

    La produzione totale di mangimi per acquacoltura è in continua crescita; tra 2017 e 2018 ha fatto registrare una crescita del 5%. Cosa chiede il vostro comparto al settore della mangimistica? 

    Serve più collaborazione tra acquacoltori e mangimisti. Bisogna fare squadra e difendere le istanze comuni in particolare all’estero, quando le istituzioni sovranazionali provano a mettere i bastoni tra le ruote a un comparto che produce un alimento indispensabile per la dieta perché salutare. È nell’interesse di entrambe le categorie condividere le informazioni sulla composizione dei mangimi e diffonderle nel modo più ampio possibile. I consumatori non fanno altro che chiedere ‘cosa date da mangiare a questi pesci?’ e quindi devono avere l’opportunità di ricevere informazioni chiare e precise sugli allevamenti. Anche i dati della ricerca dovrebbero essere condivisi per incrementare la conoscenza del profilo nutrizionale dei mangimi. Inoltre la collaborazione tra piscicoltori e mangimisti deve realizzarsi anche sul fronte della produzione, all’interno di un sistema di economia circolare. Aumentare l’utilizzo di ciò che è  nella catena produttiva può migliorare l’alimentazione in acquacoltura.

     

     

    Vito Miraglia 04-11-2019 Tag: acquacolturaassociazione piscicoltori italianiPier Antonio Salvador
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