• Angelo Frascarelli: “Contratti di filiera vitali per la sopravvivenza degli operatori”

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    Export, Pac e contratti di filiera. Mangimi & Alimenti ha intervistato il professor Angelo Frascarelli, docente di Economia e politica agraria dell’Università di Perugia, per parlare del futuro del comparto agroalimentare.

    La nuova legislatura europea dovrà aggiornare la Politica agricola comune a partire dal 2020. Quali devono essere gli obiettivi principali da perseguire e che ripercussioni avranno sull’agricoltura e la zootecnia italiana? 

    Gli obiettivi che ha fissato l’Unione europea sono ampiamente condivisibili e sono frutto di una sintesi fra obiettivi storici e nuove necessità. Tra i primi ci sono il sostegno del reddito degli agricoltori mentre al secondo insieme sono riconducibili il miglioramento della posizione degli agricoltori lungo la catena del valore della filiera, il contributo che può derivare dal benessere animale alla tutela ambientale, il contrasto al cambiamento climatico e le risposte che il settore primario deve dare ai cittadini sulla salute. In questo modo l’Ue non fa altro che rispondere alle esigenze dei consumatori, anche di quelli italiani. E a queste richieste, accolte dalla Pac, le imprese non potranno sottrarsi, in particolare riguardo le istanze relative a benessere animale, ambiente e tracciabilità.

    Nei prossimi decenni la domanda di cereali e mangimi è destinata ad aumentare e la produzione di cereali per l’alimentazione animale dovrà salire di oltre il 40% entro il 2050, dice la Fao. In che termini un’agricoltura sostenibile potrà soddisfare le richieste del mercato? 

    Il problema può essere affrontato e risolto con uno sforzo collettivo al quale l’Italia potrà dare però un contributo minimo. Il nostro settore primario non è competitivo per soddisfare la domanda mondiale di cereali e mangimi a bassi prezzi, ma può solo produrre materie prime e mangimi per filiere ad alto valore aggiunto per consumatori abbienti, ad esempio il mais per i prodotti derivati del latte o per prosciutti e salumi di qualità. Saranno altri Paesi a dover sostenere uno sforzo produttivo ingente nei prossimi decenni, dall’Australia all’Argentina, dal Canada all’Ucraina alla Russia. Nel mondo ci sono terreni che possono raddoppiare le loro rese nel rispetto della sostenibilità ambientale, proprio in Paesi come l’Ucraina. La sostenibilità oggi si rispetta non puntando a produrre poco, non con un ritorno al passato, come alcuni vorrebbero, ma con più innovazione. L’agricoltura digitale, quella di precisione, il progresso tecnologico, il miglioramento genetico  permettono di produrre più mais e più grano ma anche di garantire più ambiente e maggior benessere animale. Se ai capi di allevamento è assicurato il giusto benessere, ecco che produrranno di più. 

    Che ruolo possono avere gli accordi interprofessionali non solo in ambito cerealicolo ma anche in ambito zootecnico? 

    Più che di accordi interprofessionali credo sia più adeguato parlare di contratti di filiera. Gli accordi possono essere visti come delle cornici per stimolare la definizione di contratti di filiera tra le imprese, che restano lo strumento principale per lo sviluppo dei singoli comparti. Nel lungo periodo strumenti come il conto deposito o il mercato spot non saranno più praticabili per intere categorie, dagli agricoltori agli stoccatori. I contratti sono invece indispensabili: senza non si potrà garantire più produzione di qualità e grazie a questi si potrà dare più valore ai contraenti lungo l’intera filiera. Si potrà ad esempio produrre mais per le filiere agroalimentari delle eccellenze del made in Italy o grano per la produzione di pane, pasta e dolci italiani con certe caratteristiche valoriali. Solo chi crea valore potrà sopravvivere nel comparto agroalimentare. 

    Per migliorare l’efficienza del settore zootecnico una delle linee fondamentali è quella della consapevolezza di filiera. Quali sono i tratti essenziali che tale filiera deve assumere per affrontare la sfida dei mercati? 

    Bisogna guardare al consumatore. La produzione deve essere orientata alla luce delle sue preferenze. Perché ad esempio tutti producono ormai solo uova da galline allevate a terra? Perché lo chiedono i consumatori. Anche il caso dell’olio di palma dimostra come il mercato sia incline ad adeguarsi alle esigenze dei consumatori. Solo con notevoli investimenti si può provare a indirizzare l’utente finale, a persuaderlo, ma tendenzialmente è lui che detta la linea agli imprenditori. 

    L’export è sempre stato un vettore trainante dell’agroalimentare italiano. Di cosa avrà bisogno per migliorare ulteriormente i suoi risultati? 

    In Italia abbondano le eccellenze che da sempre sono apprezzate anche sui mercati esteri. Abbiamo il primato nell’agroalimentare che però non riusciamo a sfruttare appieno. Potremmo infatti esportare cinque volte la quantità di merci che oggi valicano i confini nazionali. Quello che uccide l’export nazionale è l’individualismo e la disorganizzazione, due tratti tipici dell’economia italiana che prevalgono sulla tendenza a fare squadra. Per competere davvero sui mercati internazionali serve invece maggiore aggregazione perché in questi contesti le piccole realtà, che pur devono essere tutelate, non riescono a sopravvivere con le loro forze. I contratti di filiera sono uno strumento utile anche per questo obiettivo, ovvero per incrementare ulteriormente l’export. La politica deve aiutare con interventi strategici e non con i decreti di emergenza con cui non fa altro che ammettere il proprio fallimento. Lo testimonia per esempio la recente crisi del latte e del Pecorino sardo. Bisogna invece prendere a modello realtà come il Consorzio Grana Padano, un esempio di aggregazione virtuosa anche sul fronte delle esportazioni. A monte c’è una programmazione produttiva solida; chi vuole produrre di più contribuisce con maggiori finanziamenti alle attività del consorzio che può, pertanto, investire in promozione per allocare quote maggiori di prodotto.  

    Quali sono le azioni strategiche che l’agroalimentare italiano e la zootecnia devono mettere in campo per riuscire a vincere la sfida che coniughi produzione, qualità e garanzia del consumatore?  

    È fondamentale ascoltare il consumatore e creare filiere di valore, senza smettere di produrre commodities. Queste vanno inserite in tali filiere, ad esempio producendo mais per il Grana Padano e le altre eccellenze agroalimentari o soia per le filiere zootecniche.

    Vito Miraglia 28-10-2019 Tag: Angelo Frascarellicontratti di filierapacsostenibilità
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