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«Produzione ridimensionata e banalizzazione dei prodotti DOP: le minacce della suinicoltura»

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Maurizio Gallo, direttore di ANAS, Associazione Nazionale Allevatori Suini, individua quali sono le maggiori insidie per il settore.

Quali razze vengono allevate nella suinicoltura?

La particolarità biologica della specie permette di sfruttare i vantaggi dell’incrocio tra razze diverse (effetto eterotico). Pertanto i suini allevati, salvo rarissime eccezioni, sono suini frutto di incroci. Il più comune schema di incrocio prevede tre razze, due per la linea femminile (scrofa madre dei suini destinati all’ingrasso) e uno per quella maschile (verro padre). Le razze da cui si originano i suini di incrocio allevati negli allevamenti intensivi sono cosmopolite, le più diffuse sono Large White, Landrace e Duroc. I programmi di selezione e ibridazione e la diffusione dei riproduttori (materiale seminale, verri e scrofette) sono attuati, nel rispetto di normative europee, sia da organizzazioni di allevatori come ANAS sia da ditte private. Ciò che contraddistingue i riproduttori di razza pura o ibridi proposti sul mercato sono i diversi obiettivi e criteri di selezione attuati per ottenerli. In particolare per il mercato italiano, dove più di 2/3 della produzione è interessata dalla trasformazione in prosciutti DOP, è dirimente il grado di attenzione che i diversi programmi genetici riservano o non riservano alle caratteristiche della coscia da prosciutto.

A questo proposito è opportuno sottolineare un dato che spesso viene trascurato. Più di un quarto della produzione di suini proposta e certificata per la DOP non presenta i requisiti minimi di accettabilità per questo tipo di lavorazione e non viene ammessa. E’ un fenomeno che dipende prevalentemente dalla diffusione negli allevamenti del circuito DOP di alcune razze e tipi genetici selezionate con finalità non compatibili con questo tipo di produzione. L’entità del fenomeno è rilevante e costituisce una criticità seria sia sotto l’aspetto economico (scarti, penalizzazioni…) sia sotto quello della gestione di una politica di prodotto che richiede una maggiore uniformità qualitativa.

Ci sono razze autoctone negli allevamenti di suini?

Oltre ai tipi genetici sopra richiamati e impiegati negli allevamenti intensivi, da qualche anno, grazie all’impegno di ANAS, è stato rivitalizzato l’allevamento di suini appartenenti a razze autoctone. Sono state recuperate sei razze locali: Cinta senese, Mora romagnola, Apulo Calabrese, Casertana, Nero siciliano e Sarda. L’allevamento di queste razze è importante dal punto di vista della conservazione della biodiversità animale e per la gestione di territori marginali. Gli allevamenti coinvolti sono alcune centinaia, applicano pratiche estensive e spesso trasformano il prodotto aziendalmente. Le carni dei suini di razza Cinta senese allevati in Toscana hanno ottenuto il riconoscimento del marchio DOP. Per tutti questi suini il processo produttivo è tracciato dalla nascita alla distribuzione, secondo le procedure del registro anagrafico di ANAS. Le modalità di allevamento e le caratteristiche genetiche non permettono ai suini delle razze autoctone buone perfomance produttive e riproduttive, inoltre le carcasse hanno una importante componente grassa. In ogni caso, da queste carcasse si ottengono prodotti freschi e trasformati qualitativamente differenziati che trovano una discreta valorizzazione in mercati di nicchia.

Quali sono le tre minacce più grandi per la suinicoltura?

L’economia dei Paesi occidentale ha vissuto e sta vivendo una fase di radicale trasformazione. Stanno cambiando i modelli di consumo, c’è una crescente sensibilità dell’opinione pubblica verso temi eticamente sensibili. I paradigmi sui quali è stata organizzata la filiera suinicola italiana, seppur validi, non sono più sufficienti ed è necessario un cambio di passo per intercettare le nuove esigenze. A questo proposito indico tre scenari minacciosi per la tenuta del nostro settore: eccessivo ridimensionamento della capacità produttiva, banalizzazione dei prodotti DOP con conseguente insufficiente generazione di valore, perdita di fiducia del consumatore verso certe pratiche di allevamento.

Le difficoltà economiche di questi anni hanno stremato diverse aziende suinicole che non dispongono delle risorse necessarie per l’adeguamento strutturale e tecnologico e potrebbero essere costrette ad abbandonare l’attività. Qualora l’entità degli abbandoni superasse il fisiologico trend evolutivo di ogni sistema produttivo, potremmo trovarci con un settore della riproduzione (allevamenti con scrofe) sottodimensionato rispetto al fabbisogno della filiera delle DOP e ciò aprirebbe ulteriormente gli spazi all’importazione di lattoni e soprattutto ad una schiacciante importazione di mezzene e cosce, che marginalizzerebbero l’allevamento italiano.

Analogo epilogo è prevedibile anche nel caso in cui la filiera delle produzioni DOP, per cercare di contenere i costi, scivoli verso una produzione qualitativamente non differenziata rispetto ai prodotti generici, di solito ottenuti con materia prima importata. La ricerca di una maggior efficienza produttiva è un must ma non si deve perdere di vista il rafforzamento degli elementi distintivi del prodotto finale, che sono la chiave per assicurare la generazione di valore e per difendere le nostre produzioni dalla pressione competitiva internazionale.

Infine, si avvertono i primi segnali di iniziative a vari livelli che tendono a mettere in discussione l’immagine positiva dei nostri prodotti a base di carne suina. Per esempio in Europa, sia in sede istituzionale che in altre sedi, la nostra suinicoltura è percepita come meno attenta al tema del benessere, inoltre organi di informazione con crescente frequenza danno spazio a campagne ostili e faziose nei confronti dell’allevamento italiano. E’ necessario affrontare con pragmatismo questa sfida per non compromettere il patrimonio di fiducia del consumatore verso le carni suine nazionali ed in particolare verso i grandi prodotti tipici di qualità che sono i capisaldi del nostro sistema produttivo.

Foto: © caspernhdk – Fotolia

Vito Miraglia