Home Ricerca Filippo Galli (Anacer): “Se fossimo autosufficienti, non esisterebbe quello che si definisce...

Filippo Galli (Anacer): “Se fossimo autosufficienti, non esisterebbe quello che si definisce problema ogm”

150
0

Il rapporto tra importazioni di commodities alimentari e sviluppo dell’alimentazione animale è al centro della crescita della zootecnia italiana. Un punto della situazione, anche in prospettiva storica, lo fa il presidente di Anacer (Associazione nazionale cerealist), il Cavaliere del lavoro, Filippo Galli.

Presidente, com’era la situazione delle commodities alimentari alla metà degli anni 80, prima che arrivassero le grandi innovazioni scientifiche?

Gli anni 50 sono stati anni molto importanti perché è migliorata di molto l’alimentazione. Prima si consumava molta farina, da quando si è cominciata a consumare carne, in particolare polli e maiali è cambiata la situazione. A quel punto si è creato il problema di cosa mangiano questi animali. Una volta era semplice: ai maiali, ad esepimo, si davano i rifiuti di ciò che mangiava l’uomo. A poco a poco si è sviluppata un’alimentazione studiata. Ci siamo accorti che gli animali mangiavano cereali di base: granturco e grano. L’utilizzo del granturco per uso zootecnico è via via aumentato ed è diminuito quello del grano. Noi, in Italia di granturco non ne avevano a sufficienza e si è cominciato a guardare all’estero, in particolare agli Stati Uniti. Oltreoceano poi scoprirono la soia. In Europa vennero sviluppati due porti per l’importazione del seme di soia, non della farina. Uno a Rottterdam, l’altro a Ravenna.

Alla fine degli anni 80 la situazione è questa: importiamo mais, iniziamo a importare soia?

Sì, a grandi linee si può riassumere così. Poi la zootecnia cambiò. Lavorare il seme di soia significa avere olio per l’alimentazione dell’uomo e farina di soia, un prodotto magico che arriva ad avere il 44/45 % di proteine, pur essendo un prodotto secondario. Ci fu poi un altro passo avanti: cominciare a produrre la soia in Europa.

E qui siamo negli anni 90 ormai.

La Comunità cominciò a dare aiuti per la coltivazione. Si parla sempre di soia ancora non geneticamente modificata. Non esistevano ancora gli ogm. Con questa produzione avvenne evidentemente una cambio complessivo dell’intero percorso per la nutrizione degli animali.

E questo ha determinato un miglioramento dell’alimentazione zootecnica.

Assolutamente. Con un prodotto ‘secondario’ come la soia la capacità di alimentare con proteine gli animali aumento notevolissima.

E in quel momento l’Italia era autosufficiente rispetto alle materie prime o già c’erano le importazioni?

Già c’erano le importazioni di mais, grano duro da Canada e Usa e soia quasi al 100% (la produzione italiana in termini numerici non fu mai davvero impattante).

Il salto dell’industria zootecnica italiana e quindi delle importazioni c’è stato a cavallo degli anni 2000?

Sì. È questo il momento di proiezioni verso modelli di produzione europei e internazionali.

Così gli americani introdussero l’innovazione ogm.

C’era l’esigenza di sviluppare un seme in grado di resistere alle malattie, alle situazioni atmosferiche non ottimali e all’umidità. Era il presupposto per avere sempre soia da esportare

Per sostenere la nostra industria agroalimentare, sia nella misura attuale che nelle possibilità di crescita diventa necessario avere la possibilità di importare materie prime?

Indispensabile.

Ad oggi importiamo soprattutto soia.

Soia, mais, grano duro. Qui però c’è un problema particolare: tutta l’Europa è deficitaria di grano duro. Per quello tenero ci sono Francia, Romania, Bulgaria a soddisfare la domanda. Di grano duro siamo deficitari in Europa. E poi c’è il problema del Nord Africa. Il Nord Africa prima dipendeva dal Mediterraneo europeo per l’importazione di semola, per esempio. Ora il Nord Africa si è evoluto anche perché gli Usa hanno cominciato a garantire il credito per lo sviluppo. E noi non esportiamo più neanche la semola. Come materia prima importata c’è pure il mais. Non molto anche perché si è sviluppato in Europa, in Spagna soprattutto.

E nei paesi europei dove si produce mais è ogm o no?

In Spagna è ogm. Nei paesi dell’Est di produce non ogm e si esporta che è ogm. L’allargamento del mercato comune è stato uno dei nostri problemi. Ci sono paesi che non hanno l’amministrazione e i controlli che abbiamo noi. Ciò evidentemente ha danneggiato il Nord-est italiano. Il Veneto produceva mais. Adesso molto meno.

Importiamo materie prime e vogliamo far crescere l’industria agroalimentare. Secondo lei, cosa succederà nei prossimi dieci anni?

Avevamo un atout importante che era il Mediterraneo. Sul grano duro il governo non ha fatto bene. Il Meridione non ha molto da produrre: olio, vino e grano duro. Quando si è trattato di aiuti diretti della Comunità europea, il Sud non ha ottenuto ciò che doveva. Quindi siamo deficitari, a danno del Sud che non è stato aiutato. Ha aiutato il latte… il Meridione doveva diventare il centro di export nel Mediterraneo.

Le percentuali di importazioni tenderanno ad aumentare?

Sì, soia, sì. Grano duro, stabile. Potremmo importarne di meno se riuscissimo a produrne di più, ma non ci riusciremo. Mais, in aumento.

Materie prime ogm.

Questo è il punto. Se fossimo autosufficienti, non esisterebbe il problema dell’ogm. E qui non c’è niente da fare. Non è che si può tornare a fare il contadino, i giovani oggi non accettano tutti i lavori.

E rispetto agli animali, l’utilizzo di cereali che non fossero solo grano duro o tenero ha determinato un miglioramento dell’apporto proteico…

Molto, soprattutto per i bovini. La carne prelibata, oltre a pollo o maiale, è il bovino. Perché poi importiamo anche carne. Non dobbiamo fare guerre stupide per il Made in Italy. Che vuol dire? Che l’industria zootecnica e alimentare italiana sia d’eccellenza è merito del contadino e di tutto ciò che c’è dentro. Non c’è dialogo tra i pezzi della filiera, c’è antitesi continua. Se dopo il contadino non c’è un’industria di trasformazione, il contadino a chi vende? Non c’è armonia. Bisogna pensare che la tua controparte sono 60 milioni di italiani. Adesso c’è tutta una politica per cui si dice che il prezzo pagato ai produttori è troppo basso. È che siamo entrati nella Comunità europea e ciò significa che esportiamo di più, ma importiamo anche di più. Dobbiamo adattarci alla concorrenza almeno europea. Il Ministero dell’agricoltura deve lavorare in coordinazione con gli altri dicastere, non può fare solo il ministero del produttore agricolo.

Salvatore Patriarca