Home Attualità L’impiego dei tannini in alimentazione animale può migliorare la qualità del latte...

L’impiego dei tannini in alimentazione animale può migliorare la qualità del latte e della carne dei ruminanti?

176
0

Gli alimenti di origine animale quali le carni, il latte ed i formaggi, sono stati spesso considerati da evitare perché il grasso in essi contenuto è relativamente ricco di acidi grassi saturi e spesso sbilanciato verso un rapporto omega 3/ omega 6 nutrizionalmente non corretto. In realtà, il profilo lipidico del prodotto finito ha una stretta interconnessione con l’alimentazione animale ed esistono buone pratiche alimentari che consentono di modulare il profilo in acidi grassi verso le componenti nutraceutiche, migliorando così il valore nutrizionale di carne, latte e derivati.

Appaiono interessanti, a questo proposito, gli acidi grassi del latte e della carne che provengono dal metabolismo digestivo e tissutale dei ruminanti. In particolare, ci si riferisce ad alcuni isomeri dell’acido linoleico coniugato (CLA), fra i quali vale la pena mensionare l’acido rumenico (C18:2 cis 9 trans 11, RA). Al CLA sono state riconosciute proprietà di prevenzione nei riguardi di alcuni tipi di tumori, del diabete, di malattie cardiovascolari, ipertensione e dell’obesità (Ip et al., 1999; Pariza et al., 1999).

Giocando sulla qualità della dieta è possibile modulare il metabolismo microbico ruminale, in modo da influire significativamente sulla qualità dei prodotti, con particolare riferimento al profilo in acidi grassi della frazione lipidica della carne e del latte (Kelly et al., 1998; Nudda et al., 2004). Una maniera completamente naturale per influenzare il metabolismo microbico ruminale è quella di impiegare ingredienti contenenti tannini nella dieta (Buccioni et al., 2011).

I tannini sono sostanze di natura polifenolica (Shi et al., 2003) presenti nelle piante, classificabili in due gruppi: i tannini idrolizzabili, come ad esempio quelli presenti nel castagno, e i tannini condensati, tipici ad esempio della carruba. Questi composti, una volta ingeriti, hanno la proprietà di complessare le proteine della dieta (Asquith et al., 1986; Kumar et al., 1990; Makkar et al., 1994). Questo fatto è estremamente importante per l’equilibrio dell’ecosistema microbico ruminale perché, nel momento in cui una parte della frazione proteica degradabile viene complessata dai tannini e trasformata in proteina non degradabile (Beck et al., 2001), non solo diminuisce la quota proteica a disposizione dei microrganismi per le proprie sintesi, ma cambia anche il rapporto energia/proteina. Le conseguenze sono inevitabili e riguardano i rapporti relativi fra i vari ceppi microbici e, quindi, il metabolismo ruminale in generale: dalla degradabilità dei carboidrati strutturali e non, alle biodrogenazioni degli acidi grassi insaturi (Nudda et al., 2003; Nudda et al., 2005). Senza contare che, aumentando la quota di proteine non degradabili, una maggior quantità di aminoacidi può arrivare nell’intestino per essere utilizzata dai tessuti dell’animale ospite per le proprie esigenze produttive, dopo digestione e assorbimento (Getachew et al., 2008). Prove scientifiche effettuate negli ultimi anni hanno dimostrato che, se il livello di concentrazione tannica si mantiene al di sotto del 4% della sostanza secca della dieta, gli effetti sulle prestazioni produttive e sulla qualità dei prodotti sono positivi; infatti i tannini possono essere utili nella prevenzione di episodi di meteorismo e di parassitosi intestinali (Min et al., 2003; Mueller-Harvey, 2006), limitano l’eccesso proteico per animali alimentati su pascolo giovane, spesso causa di dismetabolie per l’eccessiva sintesi di urea (Tyrrell et al., 1970; Cannas et al., 1998), che va a compromettere la fertilità e lo stato di salute dell’animale (Branca et al., 2000). Inoltre, i tannini, riducendo la degradazione proteica ruminale, inducono sia l’aumento del flusso abomasale di proteine sia l’assorbimento di aminoacidi essenziali nell’intestino tenue (Barry e McNabb, 1999; Wang et al., 1996). L’uso dei composti fenolici nelle diete dei piccoli ruminanti è poco utilizzato nell’allevamento di razze da latte rispetto a quelle da carne. Questo perché molte risorse alimentari alternative hanno un basso o medio valore nutrizionale, e il livello di nutrizione richiesto per gli animali da latte è decisamente più alto rispetto a quelli che producono carne.

L’effetto degli alimenti contenenti tannini sulla composizione del latte riguarda essenzialmente il profilo lipidico che si arricchisce nella componente polinsatura. Caratteristico in questo senso è l’effetto di arricchimento in acido alfa-linolenico (omega 3) nel grasso di latte di pecora conseguente all’utilizzo del pascolo di sulla, essenza foraggiera naturalmente ricco di tannini (Cabiddu et al., 2009).

Effetti simili si osservano anche sulla qualità del grasso della carne di agnello. Quando gli agnelli vengono alimentati su di un pascolo di sulla, specie botanica ricca in tannini, il tessuto muscolare si arricchisce in acidi grassi nutraceutici (CLA, di C20:5 n-3, DPA e MUFA) con conseguente abbassamento della concentrazione in C16:0, C18:1 e SFA e del rapporto omega 6/omega 3 (Priolo et al., 1998; 2000; 2002; 2005; Vasta et al., 2007). Dal punto di vista del consumatore è importante anche sottolineare che le carni prodotte con questa tipologia di alimentazione non presentano alterazioni nell’aroma (Priolo et al., 2000, 2002a; Priolo et al., 1998) e sono caratterizzate da un colore più luminoso paragonate a quelle ottenute sotto regime alimentare completamente privo di sostanze tanniche (Priolo et al., 1998; 2000; 2002a,b; 2005). Attualmente è allo studio la possibilità di modulare il metabolismo lipidico ruminale attraverso la combinazione di oli vegetali e tannini al fine di verificare la possibilità di arricchire il latte e la carne in CLA (Buccioni et al., 2011; Mele dati non pubblicati; Vasta et al., 2009).

Appare abbastanza chiaro che l’impiego dei tannini nell’alimentazione dei ruminanti può rappresentare un’opportunità per migliorare le performance produttive degli animali e, contemporaneamente, implementare il valore nutrizionale dell’alimento destinato al consumo umano.

 

Luglio – Agosto 2011.

 

Foto: Pixabay

Arianna Buccioni (Dipartimento di Biotecnologie Agrarie, Università di Firenze), Anna Nudda (Dipartimento di Scienze Zootecniche, Università di Sassari) e Marcello Mele (Dipartimento di Agronoia e Gestione dell’Agroecosistema, Università di Pisa)