Home Interviste Roberto Formigoni: «Stop ai rami secchi, rilanciamo la ricerca e premiamo l’efficienza»

Roberto Formigoni: «Stop ai rami secchi, rilanciamo la ricerca e premiamo l’efficienza»

65
0

 

«Ecco la mia agenda:
stop ai rami secchi, rilanciamo la ricerca e premiamo l’efficienza»
 
Intervista al sen. Roberto Formigoni
Presidente della Commissione Agricoltura del Senato
 
di Cosimo Colasanto
redazione
 
La filiera agroalimentare è uno dei settori economici che più ha resistito alla crisi. Quali sono gli strumenti che la politica dovrebbe promuovere per rilanciare i consumi e la spesa delle famiglie?
Siamo immersi in una crisi drammatica, non ci sono ricette facili o bacchette magiche, basta frequentare negozi e supermercati per rendersene conto. La filiera italiana è basata sulla qualità e sulla tipicità delle proprie produzioni, quelli sono gli assi da sviluppare ed a quelli ci pensano gli imprenditori. Ciò che la politica può fare è eliminare i costi burocratici inutili, aiutare una giusta distribuzione dei redditi a favore di tutte le componenti della filiera, perché oggi non è così; promuovere una vera e reale aggregazione tra i produttori agricoli, perché oggi non è così; insistere su una vera tracciabilità dei prodotti agricoli, perché oggi non è così. Non è vero che tutte le bottiglie di latte, oppure tutte le scatole di conserva di pomodoro, sono uguali. Posso avere il diritto di scegliere, e di sapere cosa sto pagando? Riusciremo a uscire da questa crisi terribile, tutti speriamo presto; la filiera agroalimentare dovrà essere uno dei pilastri che ci farà riguadagnare competitività, occupazione, fiducia, ricchezza.
 
L’agricoltura e la produzione agricola: in Italia mancano materie prime, come incentivare la produzione?
L’Italia produce meno alimenti di quanti vengono consumati ogni anno. Poniamoci questo come un problema di dimensione strategica, come stanno facendo i più importanti Stati al mondo, e come già sta riservatamente facendo l’Unione Europea. Cosa accadrà quando – e non sto dicendo se, sto dicendo quando – ci sarà qualcuno più ricco di noi che comprerà al nostro posto carne, latte, cereali? Questo deve essere il pilastro delle tanto attese normative sul consumo di suolo agricolo. Ponendo come pre-requisito la difesa ad oltranza del suolo agricolo – perché senza terreno agricolo non c’è agricoltura – il modo per incentivare la produzione è uno solo, da millenni: ricerca e sperimentazione. Poi inserirei gli incentivi a favore dei giovani imprenditori. Sono loro con il loro entusiasmo che ci tireranno fuori. Indispensabili, inoltre, sono: Politiche che incentivino l’innovazione e il trasferimento tecnologico e di conseguenza l’efficienza delle aziende agricole produttrici rendendole più competitive nei confronti dei loro competitor internazionali; l’implementazione di una PAC e di PSR che sostengano la produzione di commodities che sono la base per produrre le grandi DOP che esportiamo in tutto il mondo.
 
Ricerca in agricoltura: l’Italia ha un grande capitale formato dai giovani ricercatori, agronomi e biotecnologi, che spesso devono affrontare difficoltà occupazionali o scegliere di andare all’estero. Quali azioni mettere in campo per far ripartire l’economia della conoscenza in ambito agricolo e zootecnico e quindi assicurare occupazione alle nuove generazioni?
Credo fermamente che i prodotti tipici italiani siano il nostro asset fondamentale. Ma credo altrettanto fermamente che la tipicità non possa essere difesa attraverso l’immobilismo, oppure la difesa della tradizione ad ogni costo. Le Ferrari di oggi non sono identiche alle Ferrari di cinquanta anni fa. La filiera della ricerca agricola ed agroalimentare italiana si dibatte da anni, anzi decenni, all’interno di una riforma incompiuta, che divora risorse importanti senza generare ritorni significativi. Credo che il ministero delle Politiche Agricole debba porsi come obiettivo prioritario il rilancio, con prospettive innovative e coraggiose, della ricerca pubblica e privata in agricoltura, ponendo i risultati al centro dell’obiettivo, scegliendo le persone giuste, mettendo in competizione vera le migliori idee, tagliando tutti, ma dico tutti – ripeto tutti – i rami secchi ed improduttivi.
Troppi centri di ricerca, iperburocratizzati e mal finanziati, che così hanno una scarsissima produttività in termini di innovazione e trasferimento tecnologico. Questo porta a strutture che a fronte di costi fissi esagerati, non riescono a trasferire le risorse sulle ricerche vere e proprie.  Anche il contatto con il mondo della produzione è scarso a volte nullo e questo fa si che quel poco di ricerca che si produce, sia spesso di difficile o impossibile applicazione da un lato, e dall’altro sia di scarso interesse per aziende private che potrebbero avere la necessita di commissionare ricerche per crescere. Un altro aspetto importante per ridare spessore alla ricerca agricola italiana è quello di concentrare le risorse su grandi progetti multidisciplinari, favorendo quelli dove siano presenti privati come committenti, possibilmente legati a collaborazioni internazionali. Smettendo di finanziare una miriade di micro-progetti singoli spesso lontani dal contesto e dalle esigenze del sistema agricolo. Infine sarebbe molto utile costruire un sistema di valutazione dei centri di ricerca basato sulla ricaduta delle ricerche effettuate in funzione dei finanziamenti ricevuti valutando anche l’efficienza di queste strutture nell’avere un rapporto equilibrato tra costi di struttura e risorse destinate alle ricerche vere e proprie.
 
L’agroalimentare si è dimostrato essenziale volano di export: cosa fare per combattere la contraffazione e il cosiddetto “sounding” dei prodotti stranieri?
È inaccettabile la contraffazione dei prodotti italiani fatta da tanti taroccatori esteri, ed italiani stessi, che riempiono le etichette di bandierine tricolori e di nomi italiani, e che inseriscono nelle confezioni ingredienti e prodotti di origine ignota.Combattiamo con tutte le armi a nostra disposizione, e soprattutto concentriamoci sull’obiettivo di dare al consumatore informazioni precise e garantite sui prodotti di qualità. Ciò che mi scandalizza è il fatto che tanti produttori e industriali italiani vengano costretti ad andare all’estero per aggirare barriere doganali, normative o tariffarie che dovrebbero essere abbattute dalle nostre Ambasciate, o dal nostro Governo. Oppure scappano per non pagare l’immane tassa aggiuntiva della burocrazia e del groviglio normativo. Un importante industriale della mia Regione, di quelli con un marchio che ascoltiamo tutte le sere nella pubblicità, ha desistito dalla volontà di realizzare un nuovo impianto industriale che avrebbe dato da lavorare a cinquecento addetti quando il Comune, che già aveva imposto gli oneri di urbanizzazione di legge, ha chiesto irrevocabilmente una cifra di diversi milioni di euro per rifare il municipio. Risultato, dopo anni di battaglie e di contrasti? L’imprenditore ha rinunciato a realizzare l’impianto in Italia e lo realizzerà negli Stati Uniti.
Una strategia efficiente può essere quella investire in comunicazione nei paesi dove il fenomeno è maggiore, comunicando i valori che i prodotti “real made in Italy” hanno in più rispetto agli altri: cioè la sicurezza di consumare alimenti che provengono da un paese che pone la qualità come precondizione per la commercializzazione propri prodotti.
 
Gli scandali alimentari recentemente accaduti pongono forte il problema della garanzia alimentare dei prodotti di trasformazione – carni, latte, etc – e la necessità di tenere sempre alta la guardia. Quali sono le strategie per coniugare garanzia alimentare, qualità del prodotto e aumento della quota di mercato?
Se prendo in mano una bottiglia d’olio, posso leggere in etichetta la provenienza esclusivamente da una delle famose zone di produzione oleicola del nostro Paese. So cosa compro. Se leggo provenienza Italia, lo suppongo. Se leggo provenienza comunitaria, non lo so più, e non ho neppure certezza che venga realmente da uno dei 27 stati europei. Siamo una delle più importanti agricolture europee, siamo una fortissima industria agroalimentare, siamo il Paese con la più importante enogastronomia al mondo. Difendiamo questi primati, garantiamo questa qualità nei confronti dei consumatori. Sapranno scegliere, soprattutto se vorremo spiegare loro le differenze.
Su questo tema bisogna distinguere tra allarmi veri e allarmismi mediatici che sono i più frequenti e quando accadono, l’unico vero danno che provocano è quello nei confronti dei produttori seri e corretti che vedono demolito il loro mercato. E questo può accadere per periodi più o meno lunghi a causa della diffusione di notizie che il più delle volte si rivelano esagerate e addirittura a volte prive di fondamento. La verità è che il sistema dei controlli nel nostro paese è efficiente e il fatto che a volte affiorino problemi è il segno che il sistema funziona. Questo sul piano del mercato interno, mentre sul lato delle importazioni c’è molto da fare ad esempio cominciando a valutare approfonditamente l’affidabilità dei Paesi che ci inviano i loro prodotti ed eventualmente limitando le importazioni, indipendentemente dalle regole di reciprocità. Dobbiamo pretendere da chi importa in Italia prodotti alimentari lo stesso grado di attenzione che chiediamo ai nostri produttori. 
 
L’Italia si avvia ad essere protagonista della scena mondiale con l’Expo 2015: su quali temi bisogna puntare?
Feed the planet, energy for life. Nutrire il pianeta, energia per la vita. A me è sembrato da subito un titolo straordinario, che riassume mirabilmente la missione dell’agricoltura. È ora di raccontarlo a tutto il mondo. Si tratta di mostrare al mondo il modello agricolo italiano fatto di filiere in grado di coniugare capacita produttiva e qualità come quasi nessun altro al mondo. Ad esempio le pianure Lombarde che partendo dalla produzione di commodities, come Mais e Soia, producono latte di qualità che poi si trasforma in due eccellenze Italiane come Grana Padano e Parmigiano Reggiano, le DOP più diffuse al mondo, prodotti i cui nomi sono sinonimo di Qualità e Sicurezza. 
 

La filiera agroalimentare è uno dei settori economici che più ha resistito alla crisi. Quali sono gli strumenti che la politica dovrebbe promuovere per rilanciare i consumi e la spesa delle famiglie?

 

Siamo immersi in una crisi drammatica, non ci sono ricette facili o bacchette magiche, basta frequentare negozi e supermercati per rendersene conto. La filiera italiana è basata sulla qualità e sulla tipicità delle proprie produzioni, quelli sono gli assi da sviluppare ed a quelli ci pensano gli imprenditori. Ciò che la politica può fare è eliminare i costi burocratici inutili, aiutare una giusta distribuzione dei redditi a favore di tutte le componenti della filiera, perché oggi non è così; promuovere una vera e reale aggregazione tra i produttori agricoli, perché oggi non è così; insistere su una vera tracciabilità dei prodotti agricoli, perché oggi non è così. Non è vero che tutte le bottiglie di latte, oppure tutte le scatole di conserva di pomodoro, sono uguali. Posso avere il diritto di scegliere, e di sapere cosa sto pagando? Riusciremo a uscire da questa crisi terribile, tutti speriamo presto; la filiera agroalimentare dovrà essere uno dei pilastri che ci farà riguadagnare competitività, occupazione, fiducia, ricchezza.


L’agricoltura e la produzione agricola: in Italia mancano materie prime, come incentivare la produzione?

 

L’Italia produce meno alimenti di quanti vengono consumati ogni anno. Poniamoci questo come un problema di dimensione strategica, come stanno facendo i più importanti Stati al mondo, e come già sta riservatamente facendo l’Unione Europea. Cosa accadrà quando – e non sto dicendo se, sto dicendo quando – ci sarà qualcuno più ricco di noi che comprerà al nostro posto carne, latte, cereali?

Questo deve essere il pilastro delle tanto attese normative sul consumo di suolo agricolo. Ponendo come pre-requisito la difesa ad oltranza del suolo agricolo – perché senza terreno agricolo non c’è agricoltura – il modo per incentivare la produzione è uno solo, da millenni: ricerca e sperimentazione. Poi inserirei gli incentivi a favore dei giovani imprenditori. Sono loro con il loro entusiasmo che ci tireranno fuori. Indispensabili, inoltre, sono: Politiche che incentivino l’innovazione e il trasferimento tecnologico e di conseguenza l’efficienza delle aziende agricole produttrici rendendole più competitive nei confronti dei loro competitor internazionali; l’implementazione di una PAC e di PSR che sostengano la produzione di commodities che sono la base per produrre le grandi DOP che esportiamo in tutto il mondo.


Ricerca in agricoltura: l’Italia ha un grande capitale formato dai giovani ricercatori, agronomi e biotecnologi, che spesso devono affrontare difficoltà occupazionali o scegliere di andare all’estero. Quali azioni mettere in campo per far ripartire l’economia della conoscenza in ambito agricolo e zootecnico e quindi assicurare occupazione alle nuove generazioni?

 

Credo fermamente che i prodotti tipici italiani siano il nostro asset fondamentale. Ma credo altrettanto fermamente che la tipicità non possa essere difesa attraverso l’immobilismo, oppure la difesa della tradizione ad ogni costo. Le Ferrari di oggi non sono identiche alle Ferrari di cinquanta anni fa. La filiera della ricerca agricola ed agroalimentare italiana si dibatte da anni, anzi decenni, all’interno di una riforma incompiuta, che divora risorse importanti senza generare ritorni significativi. Credo che il ministero delle Politiche Agricole debba porsi come obiettivo prioritario il rilancio, con prospettive innovative e coraggiose, della ricerca pubblica e privata in agricoltura, ponendo i risultati al centro dell’obiettivo, scegliendo le persone giuste, mettendo in competizione vera le migliori idee, tagliando tutti, ma dico tutti – ripeto tutti – i rami secchi ed improduttivi.



Troppi centri di ricerca, iperburocratizzati e mal finanziati, che così hanno una scarsissima produttività in termini di innovazione e trasferimento tecnologico. Questo porta a strutture che a fronte di costi fissi esagerati, non riescono a trasferire le risorse sulle ricerche vere e proprie.  Anche il contatto con il mondo della produzione è scarso a volte nullo e questo fa si che quel poco di ricerca che si produce, sia spesso di difficile o impossibile applicazione da un lato, e dall’altro sia di scarso interesse per aziende private che potrebbero avere la necessita di commissionare ricerche per crescere. Un altro aspetto importante per ridare spessore alla ricerca agricola italiana è quello di concentrare le risorse su grandi progetti multidisciplinari, favorendo quelli dove siano presenti privati come committenti, possibilmente legati a collaborazioni internazionali. Smettendo di finanziare una miriade di micro-progetti singoli spesso lontani dal contesto e dalle esigenze del sistema agricolo. Infine sarebbe molto utile costruire un sistema di valutazione dei centri di ricerca basato sulla ricaduta delle ricerche effettuate in funzione dei finanziamenti ricevuti valutando anche l’efficienza di queste strutture nell’avere un rapporto equilibrato tra costi di struttura e risorse destinate alle ricerche vere e proprie.

 


 
L’agroalimentare si è dimostrato essenziale volano di export: cosa fare per combattere la contraffazione e il cosiddetto “sounding” dei prodotti stranieri?

 

È inaccettabile la contraffazione dei prodotti italiani fatta da tanti taroccatori esteri, ed italiani stessi, che riempiono le etichette di bandierine tricolori e di nomi italiani, e che inseriscono nelle confezioni ingredienti e prodotti di origine ignota.Combattiamo con tutte le armi a nostra disposizione, e soprattutto concentriamoci sull’obiettivo di dare al consumatore informazioni precise e garantite sui prodotti di qualità. Ciò che mi scandalizza è il fatto che tanti produttori e industriali italiani vengano costretti ad andare all’estero per aggirare barriere doganali, normative o tariffarie che dovrebbero essere abbattute dalle nostre Ambasciate, o dal nostro Governo. Oppure scappano per non pagare l’immane tassa aggiuntiva della burocrazia e del groviglio normativo.


Un importante industriale della mia Regione, di quelli con un marchio che ascoltiamo tutte le sere nella pubblicità, ha desistito dalla volontà di realizzare un nuovo impianto industriale che avrebbe dato da lavorare a cinquecento addetti quando il Comune, che già aveva imposto gli oneri di urbanizzazione di legge, ha chiesto irrevocabilmente una cifra di diversi milioni di euro per rifare il municipio. Risultato, dopo anni di battaglie e di contrasti? L’imprenditore ha rinunciato a realizzare l’impianto in Italia e lo realizzerà negli Stati Uniti.Una strategia efficiente può essere quella investire in comunicazione nei paesi dove il fenomeno è maggiore, comunicando i valori che i prodotti “real made in Italy” hanno in più rispetto agli altri: cioè la sicurezza di consumare alimenti che provengono da un paese che pone la qualità come precondizione per la commercializzazione propri prodotti. 

 


Gli scandali alimentari recentemente accaduti pongono forte il problema della garanzia alimentare dei prodotti di trasformazione – carni, latte, etc – e la necessità di tenere sempre alta la guardia. Quali sono le strategie per coniugare garanzia alimentare, qualità del prodotto e aumento della quota di mercato?

 

Se prendo in mano una bottiglia d’olio, posso leggere in etichetta la provenienza esclusivamente da una delle famose zone di produzione oleicola del nostro Paese. So cosa compro. Se leggo provenienza Italia, lo suppongo. Se leggo provenienza comunitaria, non lo so più, e non ho neppure certezza che venga realmente da uno dei 27 stati europei. Siamo una delle più importanti agricolture europee, siamo una fortissima industria agroalimentare, siamo il Paese con la più importante enogastronomia al mondo. Difendiamo questi primati, garantiamo questa qualità nei confronti dei consumatori. Sapranno scegliere, soprattutto se vorremo spiegare loro le differenze.



Su questo tema bisogna distinguere tra allarmi veri e allarmismi mediatici che sono i più frequenti e quando accadono, l’unico vero danno che provocano è quello nei confronti dei produttori seri e corretti che vedono demolito il loro mercato. E questo può accadere per periodi più o meno lunghi a causa della diffusione di notizie che il più delle volte si rivelano esagerate e addirittura a volte prive di fondamento. La verità è che il sistema dei controlli nel nostro paese è efficiente e il fatto che a volte affiorino problemi è il segno che il sistema funziona. Questo sul piano del mercato interno, mentre sul lato delle importazioni c’è molto da fare ad esempio cominciando a valutare approfonditamente l’affidabilità dei Paesi che ci inviano i loro prodotti ed eventualmente limitando le importazioni, indipendentemente dalle regole di reciprocità. Dobbiamo pretendere da chi importa in Italia prodotti alimentari lo stesso grado di attenzione che chiediamo ai nostri produttori. 


L’Italia si avvia ad essere protagonista della scena mondiale con l’Expo 2015: su quali temi bisogna puntare?

 

Feed the planet, energy for life. Nutrire il pianeta, energia per la vita. A me è sembrato da subito un titolo straordinario, che riassume mirabilmente la missione dell’agricoltura. È ora di raccontarlo a tutto il mondo. Si tratta di mostrare al mondo il modello agricolo italiano fatto di filiere in grado di coniugare capacita produttiva e qualità come quasi nessun altro al mondo. Ad esempio le pianure Lombarde che partendo dalla produzione di commodities, come Mais e Soia, producono latte di qualità che poi si trasforma in due eccellenze Italiane come Grana Padano e Parmigiano Reggiano, le DOP più diffuse al mondo, prodotti i cui nomi sono sinonimo di Qualità e Sicurezza. 

 

 

Cosimo Colasanto